Il Parlamento Europeo approva le prime norme UE su cani e gatti: la direzione è giusta, ma l’Italia ha ancora tanto da fare
Il 28 aprile 2026 il Parlamento Europeo ha scritto una pagina importante per la tutela degli animali domestici in Europa. Con 558 voti a favore, 35 contrari e 52 astensioni, gli europarlamentari hanno approvato in via definitiva le prime norme comuni a livello UE in materia di allevamento, detenzione, tracciabilità, importazione e gestione di cani e gatti. È la prima volta nella storia dell’Unione che esiste un quadro normativo condiviso su questi temi. Un evento che vale la pena raccontare, e commentare, senza trionfalismi.
Cosa prevede il nuovo regolamento europeo
Il cuore della normativa è la tracciabilità: tutti i cani e i gatti presenti nell’UE, compresi quelli di proprietà privata, dovranno essere identificati tramite microchip e registrati in banche dati nazionali interoperabili tra loro. Venditori, allevatori e rifugi avranno quattro anni per adeguarsi. Chi vive con un animale domestico senza attività commerciale avrà tempi più lunghi: dieci anni per i cani, quindici per i gatti.
Ma il regolamento va ben oltre la semplice questione anagrafica. Tra le misure più rilevanti c’è il divieto di accoppiamenti consanguinei (genitori con figli, fratelli tra loro) e il divieto di allevare animali selezionando caratteristiche esagerate o eccessive che comportino rischi significativi per la salute. Stop anche alle mutilazioni estetiche per esposizioni, mostre e competizioni, all’uso di collari a strozzo o con punte privi di meccanismi di sicurezza, e alla legatura del cane a un oggetto fisso salvo necessità medica. La normativa si estende anche ai movimenti non commerciali di animali tra paesi UE, per colmare una lacuna molto sfruttata dal traffico illegale di cuccioli.
La relatrice Veronica Vrecionová, presidente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale, ha dichiarato che il messaggio del Parlamento è inequivocabile: un animale domestico è un membro della famiglia, non un oggetto.
Bene. E ora parliamo dell’Italia
Sarebbe sbagliato fermarsi all’applauso. Il voto europeo non è un traguardo: è il punto di partenza. E l’Italia, in questo contesto, arriva con un bagaglio di criticità irrisolte che rendono il percorso di attuazione tutt’altro che scontato.
Partiamo dal dato più imbarazzante: in Italia il microchip per i cani è obbligatorio da decenni, eppure una quota significativa di animali è ancora priva di identificazione. Chi frequenta i canili o lavora con i rifugi lo sa bene: cani senza chip, cani con chip non registrati, cani con registrazioni incomplete o errate. L’obbligo esiste sulla carta, ma l’applicazione è stata storicamente inconsistente, affidata alla buona volontà dei singoli e a controlli sporadici.
A questo si aggiunge il problema strutturale del SINAC, il Sistema Informativo Nazionale degli Animali da Compagnia, gestito dal Ministero della Salute. Il SINAC dovrebbe essere la banca dati unica nazionale: il sistema in cui tutti i cani (e gatti) italiani sono registrati e rintracciabili. La realtà è che il processo di migrazione delle anagrafi regionali verso il sistema nazionale è ancora in corso. Alcune regioni hanno completato la transizione, altre sono in ritardo. Il risultato è che le anagrafi regionali non dialogano ancora pienamente tra loro in tutto il territorio nazionale.
Come abbiamo già raccontato su Dogsportal in un approfondimento dedicato, chi adotta un cane proveniente da una regione non ancora integrata nel SINAC può trovarsi in una situazione paradossale: il cane ha il microchip, il passaggio di proprietà è stato fatto regolarmente, ma nella regione di residenza l’animale risulta di fatto invisibile al sistema. In caso di smarrimento, quel chip non porta da nessuna parte.
Il nodo vero: la norma senza controllo è carta
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Il nuovo regolamento europeo punta esattamente su ciò che in Italia non ha ancora funzionato: la tracciabilità reale e l’interoperabilità dei sistemi. Banche dati nazionali interoperabili, come prevede la normativa UE, è esattamente quello che il SINAC dovrebbe già essere. Ma “dovrebbe” è la parola chiave.
ENPA, commentando il voto europeo, ha ricordato che il successo della riforma dipenderà dall’applicazione concreta nei singoli stati membri, con controlli efficaci e sanzioni adeguate. Un richiamo legittimo e necessario. Le leggi, da sole, non cambiano nulla. Lo sappiamo già: l’obbligo di microchippatura in Italia esiste, e i cani non chippati esistono ugualmente.
Il punto di vista di Dogsportal è questo: il voto del Parlamento Europeo è una notizia importante, e lo è davvero. Per la prima volta l’Europa parla con una voce sola su allevamento, identificazione e benessere degli animali domestici. Il divieto di pratiche di allevamento distorte, lo stop alle mutilazioni estetiche, la lotta al traffico di cuccioli online: sono obiettivi concreti, non dichiarazioni di principio. Ma per chi vive e lavora nel mondo cinofilo italiano, la domanda che segue immediatamente è sempre la stessa: chi controlla? Chi applica? Chi sanziona? Finché la risposta a queste domande resta vaga, ogni norma rischia di restare un esercizio di buone intenzioni. L’Italia ha già dimostrato di saper produrre obblighi che nessuno fa rispettare. Questa volta, con la spinta europea, speriamo che le cose vadano diversamente.
Le domande più frequenti sul nuovo regolamento europeo
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