Argo secondo Nolan: uno sguardo cinofilo sul cane che lavorava con Ulisse
Nell’ Odissea di Christopher Nolan la scena più attesa dura pochissimo. Quello che resta impresso è una relazione costruita sulla caccia e sul fare insieme. La nostra lettura cinofila del film.
(L’articolo contiene riferimenti a scene del film.)
L’abbiamo visto, e la sensazione con cui siamo usciti dalla sala è diversa da quella raccontata dalla maggior parte delle recensioni. Christopher Nolan ha detto più volte, prima dell’uscita, di aver scelto l’Odissea perché è la storia definitiva sui cani, e da quel momento tutta l’attenzione si è concentrata sull’unica cosa che di Argo si racconta da quasi tremila anni: la morte.
Chi entra in sala aspettandosi quella scena, e soltanto quella, rischia di uscire deluso. Il momento in cui il vecchio Argo riconosce Ulisse travestito da mendicante e si lascia andare è brevissimo, quasi trattenuto. Nessun indugio, nessuna dilatazione, nessun pianto costruito. Qualcuno l’ha vissuta come un’occasione mancata. A noi è sembrata invece la scelta più interessante di tutto il film, perché lo spazio sottratto al lutto viene restituito alla relazione.
Quello che il film racconta al posto della morte

L’Odissea di Nolan si muove liberamente tra passato e presente, e in quel movimento troviamo Argo cucciolo, Argo adulto al lavoro, Argo vecchio. Vediamo Ulisse sceglierlo da una cucciolata, prenderlo in braccio mentre l’animale lo annusa, e quella scelta arriva subito dopo una scena molto cruda, con Eumeo che getta giù dalla rupe il primo cucciolo perché non lo ritiene degno di essere tenuto. Prendendo Argo, Ulisse lo salva dalla stessa sorte.
È una scena scomoda e per questo onesta. Racconta una selezione funzionale, non affettiva, in un mondo in cui un cane esisteva per fare qualcosa. Nolan non la addolcisce e non la commenta, la mostra e basta. Chi si preoccupa per gli animali sul set può stare tranquillo: la produzione ha spiegato che nessun cane è stato maltrattato, che nella scena del calcio è stato usato un manichino e che sotto la rupe c’era un grande telo che raccoglieva ogni cucciolo.
Da lì in avanti il legame non viene dichiarato, viene mostrato mentre accade. Ulisse e Argo cacciano insieme, e la caccia al cinghiale prima della partenza per Troia non è un dettaglio decorativo, perché nel poema è proprio una battuta di caccia a lasciare a Ulisse la cicatrice che vent’anni dopo lo tradirà davanti alla nutrice Euriclea. La caccia, nell’Odissea, è il luogo in cui si formano i corpi e le identità. Nolan ci mette dentro anche il cane, e lo fa lavorare.
Una relazione mutualistica, non un sentimento
Omero, del resto, era stato chiarissimo. Argo è descritto come un cane veloce e dal fiuto eccellente, un cane da caccia capace di seguire capre selvatiche, cervi e lepri. Nella tradizione successiva quel dato tecnico è quasi sempre evaporato, lasciando in piedi solo l’icona della fedeltà che aspetta. Il film fa l’operazione inversa: recupera la funzione e lascia che sia la funzione a spiegare il legame.
Non è una sottigliezza filologica. Un cane e un umano che cacciano insieme per anni costruiscono qualcosa che nessuna coccola può sostituire, una lettura reciproca fatta di sguardi, distanze, tempi di attesa, decisioni prese in movimento. È cooperazione, con un vantaggio per entrambi. La fedeltà di Argo, letta così, smette di essere una virtù magica e diventa il risultato di una storia condivisa. Argo aspetta perché ha vissuto, non perché è buono.
Ed è il punto in cui il film diventa attuale quasi senza volerlo. Moltissime relazioni con il cane, oggi, sono relazioni pulite: affettive, curate, protette, e completamente prive di un fare comune. Il cane viene amato, non ingaggiato. Chi vive insieme a un segugio, a un retriever o a un cane da ferma sa bene quanto pesi questa differenza nella quotidianità, ed è esattamente il terreno che stiamo esplorando nella rubrica mensile con Francesca Angelinelli di Searching Dog [LINK: https://www.dogsportal.it/nasce-cani-da-caccia-in-famiglia-la-nuova-rubrica-mensile-con-francesca-angelinelli-di-searching-dog/]. Nolan, senza volerlo dimostrare, mostra il modello opposto a quello dell’affetto senza compito, e lo mostra reggere per vent’anni oltre la separazione.
Il rovescio: il cane che non serve più
C’è poi la parte più sgradevole, e anche quella è cinofila fino in fondo. I proci maltrattano l’Argo anziano, lo prendono a calci mentre giace sotto il tavolo del banchetto, picchiano Eumeo che prova a difenderlo e alla fine lo portano fuori dal palazzo abbandonandolo su un letamaio, vietando a chiunque di riportarlo dentro. Telemaco non ha ancora la forza per impedirlo.
Un cane che ha smesso di essere utile viene scaricato. Nel poema come nel film questo trattamento non serve a farci pena, serve a dirci chi sono i proci. Il modo in cui una persona tratta un animale vecchio e ormai inservibile è, letteralmente, la prova del suo valore morale. Un metro di giudizio che Omero usava tremila anni fa e che le cronache italiane ci ripropongono ogni estate.
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Anche il riconoscimento finale, guardato senza sentimentalismo, è un fatto tecnico prima che poetico. Argo riconosce senza cicatrici, senza racconti, senza prove. Riconosce con il naso e con il corpo, prima e meglio di qualunque parola, un uomo cambiato da vent’anni di guerra e di mare. E il film usa proprio quella reazione come innesco narrativo, perché è osservando l’animale che Telemaco capisce chi è davvero il mendicante. Non un ornamento emotivo, ma un dispositivo di verità.
Anche il casting è una scelta funzionale
Coerente con tutto il resto è la scelta dell’interprete. Argo è interpretato da un podengo portoghese a pelo duro nella varietà grande, la più rara, di una razza antichissima arrivata nella penisola iberica in età classica e ancora oggi impiegata nella caccia al cinghiale nelle taglie maggiori e alla piccola selvaggina in quelle minori. Sul set si sono alternati tre soggetti per le tre età del personaggio, con un lavoro di addestramento curato in Italia.
Non è stata scelta una razza fotogenica, è stata scelta una morfologia da lavoro: orecchie dritte, struttura asciutta, quella che nel Mediterraneo antico serviva davvero a stanare e inseguire. Una decisione che vale quanto una battuta di dialogo.
Alla fine il film consegna un Argo meno santino e più cane. Il momento della morte resta commovente, ma commuove due volte e per un motivo diverso da quello abituale: non perché un animale fedele muore, ma perché finisce una storia di lavoro comune che avevamo visto nascere e durare. Guardarla così non toglie nulla all’emozione, la rende più solida. E ci lascia una domanda scomoda su quanto poco, oggi, facciamo davvero insieme ai nostri cani.
Su questo però ci interessa il vostro parere, perché sappiamo di essere andati controcorrente rispetto a buona parte delle recensioni uscite in questi giorni. Chi di voi ha già visto il film ha avuto la stessa impressione, oppure si aspettava che a quella scena venisse dato molto più spazio? C’è chi è uscito dalla sala convinto che Nolan abbia liquidato troppo in fretta il momento più famoso del poema, e la posizione è legittima. A noi è sembrato il contrario, che togliendo tempo al lutto abbia restituito tempo alla relazione, che è poi la parte che quasi nessuna trasposizione aveva mai voluto raccontare.
Scrivetecelo nei commenti del post dedicato sui nostri social com’è stato il vostro Argo, e quanto lo avete riconosciuto nel cane con cui vivete.
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