Aggressività, aggressione e… confusione

Aggressività, aggressione e… confusione

Proviamo a fare un po’ di chiarezza su questo aspetto del comportamento del cane, così almeno se ci becchiamo una ringhiata o un morso, almeno sappiamo il perché.

Poi non è che il morso farà meno male, ma magari in futuro lo eviteremo o, se siamo stati abbastanza bravi, offriremo un comportamento alternativo.

Cosa intendiamo per aggressività?

Con aggressività solitamente si intende uno stato interno o motivazionale che influenza l’animale a comportarsi aggressivamente. Questo cosa vuol dire: semplicemente che non sempre l’aggressività sfocia in comportamenti aggressivi.

Questo stato interno e motivazionale ce lo abbiamo tutti ed è quello che ci aiuta a sopravvivere e a trasmettere i nostri geni. E questo è il motivo per cui si dice che l’aggressività sia una dote naturale.

Ma il fatto che io la manifesti con l’aggressione vera e propria è un altro paio di maniche.

Ricorrendo ad un esempio “umano”, se mi rubano il parcheggio, sebbene la motivazione all’aggressione sia presente, questa non si manifesta per una serie di motivi.

Quindi l’aggressività non è un’entità misurabile (o catalogabile, se non per fini didattici), ma un concetto per descrivere etologicamente le cause prossime interne all’individuo (sarebbe a dire tutte quelle cose assai complesse che hanno a che fare con i substrati neurali, neurochimici e fisiologici), che rispondendo agli stimoli ambientali, portano all’azione aggressiva, o all’inibizione della stessa. 

Dicendolo in altro modo: abbiamo un corredo dentro di noi che ci dice se dobbiamo o non dobbiamo aggredire un conspecifico o un animale di specie diversa, o se dobbiamo scappare via. Ma attenzione (e qui mi rivolgo ai V.C. – leggi Veterinari Comportamentalisti) non è possibile affermare che le varie forme di aggressione, intesa come manifestazione dell’aggressività, siano determinate in modo specifico da un singolo mediatore nervoso. Ma nemmeno, sebbene importante, è corretto dire che a gestire la motivazione aggressiva stia esclusivamente il ruolo svolto dagli ormoni.

Un singolo fattore infatti non è responsabile della motivazione aggressiva perché questa è il risultato di interazioni assai complesse tra fattori biologici dell’individuo e fattori ambientali in cui l’individuo vive. Provando a riassumere e a mettere ordine, mi pare corretto definire l’aggressività come un “istinto reattivo”, che pur avendo una sua programmazione biologica, si manifesti in risposta agli stimoli.

E nelle specie dotate di capacità avanzate di apprendimento (dotate quindi di notevole sviluppo della neurocorteccia e delle aree associative degli emisferi cerebrali che controllano la capacità di apprendimento) l’aggressività e le sue manifestazioni sono plasmati dalle esperienze. 

E l’aggressione?

Con questo termine ci si riferisce alle manifestazioni di minaccia, rabbia ed eventuale attacco nei confronti di un conspecifico, di un animale di specie diversa e in alcuni casi anche di un oggetto inanimato.

E visto che si fa uso dell’aggressione nelle interazioni con i conspecifici e con individui di altre specie, è corretto affermare che esistono diversi tipi di aggressione che possono essere distinti sia per quanto riguarda le motivazioni, le ritualizzazioni e i modelli espressivi.

E sempre per descriverla meglio, dobbiamo distinguere i comportamenti aggressivi che si esprimono all’interno della specie da quelli interspecifici, senza dimenticare che quanto è maggiore lo sviluppo delle aree cognitive del cervello tanto è maggiore l’influsso dell’esperienza e dell’apprendimento nella manifestazione del comportamento agonistico.

Ben vengano quindi le varie classificazioni, senza dimenticare però che quando parliamo di cani, non si può prescindere nell’analisi del comportamento dalla componente cognitiva e, laddove non vi sia  una provata patologia a livello fisiologico…

è sbagliato definire il cane come un malato, ma è più corretto parlare di un cane che per questioni traumatiche o per un deficit nel suo sviluppo ontogenetico o ancora per cattiva educazione, non si sta comportando secondo quello che è il suo etogramma e/o secondo le norme della società in cui vive e/o secondo le aspettative del proprietario.

 E se non abbiamo a che fare con un malato, il medico non serve.

Tra le fonti: Danilo Mainardi – Dizionario di Etologia

Davide Cardia

addestratore ENCI Sezione 1° Dog Trainer Professional riconosciuto FCC Direttore Tecnico del centro cinofilo Gruppo Cinofilo Debù Docente in diversi stage con argomenti legati alla cinofilia e alla sua diffusione Docente corsi di formazione ENCI per addestratori sezione 1 Ospite in radio e trasmissioni televisive regionali Preparatore/Conduttore IPO e Mondioring Autore del libro “Addestramento con il premio” edizioni De Vecchi Curatore del libro “Io e il mio Bullgod” edizioni De Vecchi

Davide Cardia
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