Altrimenti ci arrabbiamo! La collera: un sentimento tabù

COLLERA: ORIGINI, FISIOLOGIA E ALTRE CARATTERISTICHE DI UN SENTIMENTO TABÙ

Non posso credere che tu lo stia facendo davvero.

Mi stai davvero lasciando da sola?

O forse sarebbe meglio dire: te ne stai andando là fuori senza di me?

I muscoli si irrigidiscono, lo sguardo si fa duro, un fremito la attraversa.

Lancia un secco latrato e poi vi fissa in silenzio.

Chiudete quella porta dietro di voi e sapete già che al vostro ritorno troverete qualcosa di distrutto, sfasciato, forse quasi sacrificato.

Magari la macchina fotografica, che chissà come ci è arrivata a prenderla, oppure il triangolo e il kit di emergenza, come quando l’avevate lasciata un attimo in macchina da sola.

Nonostante l’aveste fatta prima sgambare, le aveste lasciato del cibo, il kong, un gioco, un oggetto col vostro odore, la televisione accesa…

Potete lasciarla in giardino, chiuderla nel trasportino o togliere ogni oggetto dalla stanza; questo le impedirà di fare danni o farsi male, certo, ma più nel profondo già lo sapete: non risolverà realmente il problema. 

Superficialmente forse avrete risolto il vostro (e in effetti è pur sempre un punto di partenza)ma più probabilmente non avete risolto il suo, di problema, e se non ora, domani, si ripresenterà, magari sotto altra forma.

Quando il cane può esprimere collera?

Sono tante le situazioni per cui un cane può esprimere collera (molte più di quante crediamo, se solo ci sforzassimo di vedere il mondo attraverso i suoi occhi), ma spesso si è portati a spiegare tali comportamenti con interpretazioni che da un lato tendono a semplificare eccessivamente la situazione, dall’altro attribuiscono al cane capacità cognitive oltre quanto ci permetterebbe oggi di fare la scienza. 

Distrugge in casa quando non ci siete, fa le buche in giardino, salta addosso? 

“Vuole attrarre l’attenzione”, “fa i dispetti”, “è geloso”.

Forse, o forse è semplicemente arrabbiato, senza alcuna intenzionalità a ferirvi. 

Al massimo solo a farvelo sapere sul momento, tante volte cambiaste idea sul da farsi (in senso a lui favorevole, ovviamente!).

Sarebbe poi così strano?
Cosa dice la scienza?

Sulla base delle attuali conoscenze delle neuroscienze affettive nel cane, i comportamenti di distruzione legati alla separazione col proprietario possono essere correlati a situazioni di ansia e panico da separazione con la figura di attaccamento, noia, paura o, per finire, rabbia associata a contenimento (Mills et al. 2012).

E’ proprio quest’ultima emozione, molto spesso trascurata o non riconosciuta, talvolta non accettata e mal giudicata, che vorremmo approfondire.

La rabbia

LA RABBIA viene classicamente definita come: “lo stato emotivo che implica sia l’attribuire una colpa per un qualche torto percepito sia un impulso a correggere il torto o a prevenirne la ripetizione; l’aggressione, è un tentativo di costringere un altro a intraprendere, o ad astenersi da qualche azione, contro la sua volontà e non per il suo bene” (Averill, 2010)*.

Di seguito, un esempio di una semplice interazione tra (i miei) cani, che ho potuto osservare direttamente e che forse può aiutare a portare la definizione su un piano più pratico.

Descriviamo il comportamento oggettivo senza darne alcuna interpretazione emozionale o intenzionale: Mister, cane di taglia piccola, si trova insieme a me e i suoi cani familiari, tra cui Ilanit, cane da pastore, nel nostro giardino di casa. Si avvia verso il cancelletto semiaperto, dopo il quale si trova la porta di casa. Infila il piccolo muso nella fessura e con un colpetto lo scosta. 

Ilanit, si alza improvvisamente, lo raggiunge e frappone il suo grosso muso tra lui e il cancello. Mister mette in atto una serie di comportamenti aggressivi nei suoi confronti (abbaia e ringhia, attacca a vuoto, mostra i denti e colpisce con la zampa). Lei interrompe l’azione ritraendosi, poi si gira e mi guarda.

Rivediamo la stessa sequenza in chiave interpretativa, considerando le possibili emozioni, intenzioni, motivazioni: Mister, cane di taglia piccola, vuole uscire dal cancelletto del giardino, semiaperto, per rientrare in casa. Infila il piccolo muso nella fessura e con un colpetto lo scosta, accingendosi ad andarsene. 

Ilanit, che lo sorveglia a distanza e con discrezione, si alza improvvisamente, lo raggiunge e cerca di interferire con l’azione evasiva del piccolo cane mettendo il muso tra lui e il cancello. Mister si arrabbia molto, le dice che sarà meglio che si faccia i fatti propri, ora e tutte le volte che verranno. Lei, spaesata, interrompe l’azione ritraendosi, poi si gira, mi guarda e sembra dire: ma lui è uscito senza il nostro permesso, non si fa! …Che sta succedendo, che ho fatto di male?  (epilogo, per chi volesse conoscerlo: sorrido, raggiungo la Beauceron, mi complimento, la rassicuro. Apro il cancello e faccio uscire Mister che, indignato da un tale oltraggioso tentativo di ostacolare i suoi intenti, si avvia verso casa impettito e offeso, sgambettando).

La collera

La collera è un sentimento innato e ancestrale legato all’istinto di sopravvivenza (difesa): é quindi un comportamento adattativo e funzionale che ci avverte che qualcosa, più o meno direttamente, ci sta minacciando. E’ un emozione che ci prepara a difenderci da eventuali attacchi e ci fa combattere (fisicamente o meno) per raggiungere i nostri obiettivi o difendere le nostre risorse.

Ci arrabbiamo quindi, per combattere istintivamente qualcosa che consideriamo una prevaricazione, una ingiustizia, un torto.

La psicologia ha dimostrato che questa emozione tende solitamente ad essere espressa con comportamenti aggressivi di minaccia e/o reali aggressioni.

Spesso la reazione di collera è  infatti seguita da un’azione aggressiva, che è volta a ristabilire quello che consideriamo il nostro equilibrio psicologico ed emotivo.

Nell’uomo, le espressioni del viso connesse all’emozione della rabbia sono le stesse in tutte le culture; i muscoli facciali si contraggono, spesso le labbra si tendono mostrando i denti come fanno alcuni animali durante la minaccia dell’avversario, la muscolatura si irrigidisce, il viso arrossisce, aumenta la pressione e la voce si deforma e si modula in modo tipico.

Sempre nell’uomo però, la cultura ha avuto un effetto inibente sul modo di vivere le emozioni dando ad alcuni sentimenti, come appunto la collera, una connotazione quasi esclusivamente negativa e scoraggiandone per lo più l’espressione libera (display rules).

Per quanto riguarda gli animali invece, gli studi fanno quasi sempre coincidere  la collera con l’aggressività (anche se l’esperienza di chiunque lavori con certi mammiferi potrà suggerire che non sempre, forse, è così, e speriamo che un giorno potremo saperne di più).

A livello anatomico, la sua zona di attivazione è localizzata nel cervello filogeneticamente più antico, quello che secondo alcune teorie viene definito “rettiliano”, più in particolare nell’amigdala, nell’ipotalamo e nel PAG (grigio periacqueduttale) (Siegel, 2005); se si stimolano con degli elettrodi queste aree si provocano emozioni di rabbia immotivata.

In condizioni normali, invece, la collera ha un oggetto o un evento scatenante (prendiamo per esempio un litigio con un amico, o per qualche cane, essere annusato troppo insistentemente da un altro) che è elaborato dalla neocorteccia (con chi me la prendo? di chi è la colpa? cosa mi fa arrabbiare? forse non sarebbe successo se io…). 

Limitazioni dell’attività fisica, irritazioni sulla superficie del corpo o lo sfasamento di equilibri omeostatici come la fame, possono rendere un individuo più “collerico” (lo sa bene chi in preda alla fame diventa tipicamente più nervoso…) ma anche la frustrazione per il mancato raggiungimento di un obiettivo (immaginiamo ad esempio di non riuscire dopo vari tentativi, ad infilare il filo nell’ago o, tornando al mondo dei cani, ogni volta che uno di loro diventa “polemico” di fronte ad una situazione che non va come da lui previsto…). In generale  le persone o gli animali si sentono arrabbiati se le aspirazioni del sistema della ricerca vengono deluse, ad esempio un improvviso venir meno di ricompense anticipate…Questa informazione ci riconduce, o quantomeno dovrebbe portarci alla memoria, tutti quei contesti di stress cronico (cattività, dolore, incomprensioni nella relazione, mancato soddisfacimento dei bisogni fisiologici ed etologici) in cui l’aggressività risulta aumentata in relazione al senso di frustrazione che questi comportano. 

Anche un aumento della pressione sanguigna e la presenza di determinate sostanze chimiche come il testosterone (associate però a determinati stimoli di supporto, ad esempio nei mammiferi l’introduzione di un nuovo maschio adulto in una relazione duale maschio-femmina) possono rendere più sensibile il sistema della collera. 

Vi sono anche differenze tra i sessi: in linea coi dati ormonali, l’aggressività collerica risulterebbe essere più frequente nei maschi, le femmine sembrerebbero dal canto loro essere innanzitutto meno inclini alla rabbia ma anche più in grado di mettere in atto aggressioni psicologiche piuttosto che fisiche.

Secondo la scienza, dicevamo, questo sistema emozionale esiste con un certo grado di sicurezza in tutti i cervelli dei mammiferi. Alcuni interessanti studi sui topi (Panksepp 1971) indicherebbero che la collera conduce a reazioni aggressive di scarico che vengono preferenzialmente direzionate verso altri animali vivi (conspecifici e non) piuttosto che verso oggetti inanimati. Prendersela con qualcuno che può “sentire” e subire la nostra rabbia, quindi, sembra essere più soddisfacente che lanciare piatti o prendere a pugni il muro.

Ogni volta che parliamo di comportamento aggressivo o di aggressività descriviamo un comportamento nella sua forma ma non nella sua motivazione emozionale.

Per quanto riguarda il cane, esistono oggi molte classificazioni della sua aggressività, ma pochi elementi ci aiutano a far chiarezza riguardo le emozioni sottostanti (per quanto, talvolta ci portino a dedurle: aggressività da paura, aggressività materna, aggressività possessiva, aggressività da dominanza ecc.).

Ci auguriamo che presto si possa studiare, classificare, e rivedere il comportamento del cane e degli altri animali, anche in chiave emozionale.

A questo proposito, alcuni avvincenti studi hanno mostrato che, ad esempio, l’aggressività predatoria (se portata a termine e non frustrativa) non ha nulla a che fare con la collera e produce invece benessere; in alcuni esperimenti di laboratorio, l’attivazione delle zone del cervello deputate al sistema della ricerca e predazione veniva attivamente ricercata dai topi tramite l’azionamento di una leva, il che porta a dedurre la loro percezione di piacevolezza nel subirne gli effetti. L’aggressività collerica al contrario, tendeva invece ad essere evitata, in quanto sensazione spiacevole. 

Provare collera non fa stare bene, quindi. 

Né noi nè, a quanto sembra, gli altri animali. 

Nessuno, infatti, si diverte ad arrabbiarsi. 

Questo è un aspetto che dovrebbe sempre essere considerato quando si prende in esame un comportamento o una serie di comportamenti legati alla collera.

E’ però vero e degno di riflessione il fatto che l’esperienza di questa emozione può diventare positiva quando interagisce con schemi cognitivi come l’esperienza di trionfare sul proprio avversario o quando porta alla possibilità di imporre i propri desideri sull’altro (Panksepp, Biven 2013), ovvero quando si mantiene adattattiva e funzionale e, se regolata e gestita adeguatamente dai nostri sistemi emotivi e cognitivi, porta al raggiungimento di scopi e obiettivi specifici di ciascun  individuo.

Andiamo oltre il cane…

Per sapere di più su questa emozione, come sempre è utile allargare lo sguardo a più specie, e nello specifico alla fase evolutiva della specie sociale che conosciamo meglio: la nostra. 

Secondo alcuni autori (Sroufe 1995) nell’uomo, l’origine della collera si colloca nel primo semestre di vita, attraverso un precursore che è la frustrazione

Nei primi mesi di vita infatti, il bambino, se bloccato nel suo movimento, produce una risposta di agitazione e disagio. Qualche mese dopo, una reazione simile può essere provocata dal fallimento di uno schema d’azione precedentemente consolidato, come per esempio il non riuscire a portare alla bocca un oggetto che si può vedere e toccare.

Nel corso dello sviluppo, la rabbia può comparire nel sistema di attaccamento (genitore/figlio) in relazione al desiderio che l’altro non se ne vada e mantenga una certa vicinanza, ma anche nel sistema agonistico, in rapporto al desiderio di ottenere  la supremazia e la resa dell’altro (Liotti 2005). In conclusione certi bimbi possono piangere se la madre/padre si allontana, altri addirittura sembrano arrabbiarsi e la sgridano per averlo fatto.

Alcuni autori, collegando la rabbia alla frustrazione e mancata realizzazione dei propri obiettivi, ne sottolineano la funzione interpersonale: la rabbia, se insorge nella relazione, costringe i partner dell’interazione a rinegoziare la relazione in corso. 

A mio parere queste ultime considerazioni sono particolarmente degne di nota anche per quanto riguarda la relazione cane-uomo; talvolta, si attiva una meccanismo deleterio di risentimenti e agonismo nei confronti dell’altro e/o dei suoi obiettivi, che alimenta un feedback inarrestabile di eventi, emozioni e sovente fraintendimenti che logorano il rapporto e peggiorano la situazione.

Sempre da osservazioni sui bambini nella prima infanzia emerge che le manifestazioni di rabbia si collegano spesso a conflitti per il possesso di risorse (giocattoli), all’essere colpiti da dei pari, al senso di costrizione provocata da qualcun’altro, e al non riuscire a compiere una particolare azione (Grazzani Gavazzi 2003). 

Negli adulti, invece, le cause di manifestazioni di rabbia più frequenti sono le minacce e le offese o l’interruzione o l’ostacolo ad attività che si desiderano svolgere (D’urso 2001). In generale i dati della ricerca sembrano suggerire che nell’uomo, questi sentimenti nascano quando il soggetto percepisce una precisa responsabilità e intenzionalità (Averill 1982) in chi provoca il danno o quando lo considera un danno che si sarebbe potuto evitare (se ci pensiamo bene, anche alcuni cani sembrano distinguere quando qualcuno fa loro del male intenzionalmente o meno, e nel secondo caso possono non rispondere aggressivamente a quello che non considerano un torto subìto).

La collera di per sé “non è cognitiva”, ovvero generalmente non deriva dall’elaborazione di una informazione ma piuttosto dall’attivazione istintiva e spontanea di determinate zone del cervello a seguito di uno stimolo scatenante. Sicuramente può però intrecciarsi con le influenze cognitive attraverso l’apprendimento e può essere gestita dai sistemi di controllo della neocorteccia (Panksepp, Biven 2013).

Ad esempio: sul lavoro vi annunciano l’arrivo di un nuovo collega che si occuperà delle vostre stesse mansioni. Istintivamente avete un guizzo di disappunto silenzioso, perchè temete che il vostro nuovo collega possa rubarvi il posto di responsabilità che vi siete guadagnati in anni e anni di sacrifici e perchè vi chiedete se forse il vostro lavoro non venga apprezzato a sufficienza. Vorreste lanciare la tazza del caffè contro il muro. Ma vi contenete. 

Certamente gli animali non hanno la sofisticatezza neocorticale dell’uomo che li può portare a provare pensieri e sentimenti complessi (e anche a gestire la collera tanto bene come talvolta facciamo noi) ma, dato che condividiamo gli stessi sistemi emotivi, questo non significa che essi non possano provare proto-sentimenti e non possano in qualche modo mettere in atto una sorta di regolazione emotiva per gestirli.

Interessante notare infatti che, normalmente, la collera sembra essere contenuta e arginata dall’elaborazione cognitiva (corteccia), ma anche dalla comprensione delle conseguenze sociali di tale emozione: “Se mi arrabbio potrei incrinare il rapporto che ho con quella persona, forse meglio lasciar perdere o magari, ancor meglio, far presente il problema sbollendo la rabbia e senza agire in preda all’emozione” (…quanti di noi col tempo hanno imparato a “contare fino a dieci”?). 

E’ quindi di cruciale importanza, e speriamo di futuri approfondimenti, il legame tra collera e comportamento aggressivo, nella misura in cui le due non sono sempre coincidenti o biunivoche.

Anche l’attivazione di relazioni sociali positive frequenti e amichevoli, (Brayeley, Albert, 1977) e di relazioni di affetto e fiducia, sembra possano avere un effetto positivo sulla gestione dei sentimenti di rabbia (se facciamo una vita sociale ricca e appagante, chi ce lo fa fare di rovinarci la vita arrabbiandoci per il cliente o il collega che ci risponde male? Magari alla prossima…)

In conclusione poco altro si sa, sfortunatamente, sull’emozione della collera negli animali, ma come abbiamo visto, poco si sa, in generale, dei loro sistemi emotivi e relative basi di funzionamento. 

In particolare, le nostre inferenze (deduzioni) riguardo le sottostanti emozioni e motivazioni non sono approfondite tanto quanto le nostre conoscenze riguardo le abilità cognitive del cane (Mills, Van Der Zee, Zulch).

Nello studiare le emozioni umane (e non) infatti, i neuroscienziati incontrano notevoli difficoltà prima di tutto nell’individuarle e riconoscerle, secondariamente nell’etichettarle, misurarle, descriverle (descrivere a parole l’esperienza emozionale soggettiva, infatti, è cosa difficile per noi e impossibile per gli animali).

E quindi come possiamo, nel quotidiano, riconoscere e valutare le emozioni degli animali con cui abbiamo una relazione, per poterla coltivare e sviluppare in maniera efficiente e soddisfacente per entrambi?

Sarà certamente di aiuto ricordare che ogni emozione ha anche una forte valenza comunicativa verso se stessi e verso l’altro, e il ricevente di questa comunicazione, possiamo essere proprio noi. 

Già, perchè se da un lato la scienza fatica ancora ad etichettare e classificare le emozioni in campo animale, è pur vero che la loro valenza comunicativa all’interno di una relazione, è ancora lì, sotto i nostri occhi e il nostro cuore, da migliaia di anni.

E anche se non siamo certamente etologi o psicologi, questa non è per noi un dato trascurabile, anzi; è un dato percepibile e piuttosto “misurabile”.

A livello empirico, osservare, imparare ad ascoltare e capire i comportamenti legati alle emozioni che ci provocano gli animali, all’interno della nostra relazione con loro, ci permette di formulare ipotesi riguardo le loro emozioni, quelle stesse che li hanno spinti a comportamenti che ci hanno fatto sentire cosa volevano e perchè, quali fossero i loro disagi o i loro piaceri, i loro stati d’animo, i loro pensieri… e regolarci di conseguenza.

Ciascuno di noi, e ancor più un professionista, lavorando su se stesso e sulle proprie emozioni, sulla proprie capacità di lettura del comportamento, abbandonando rischiosi antropocentrismi, a mio parere può saper riconoscere quando un cane è arrabbiato, anche se questo non lo mostra con comportamenti eclatanti. 

Sembra che espressioni facciali, posture, atteggiamenti possano talvolta esprimere un decoroso (anche se al momento inclassificabile) disappunto senza che quest’ultimo debba forzatamente essere associato alla volontà di ferire l’altro. Non approfondiremo qui la questione del perchè, infatti, secondo la psicologia, sembra altamente improbabile che i cani possano “fare i dispetti”; ricordiamo solo che i cani sembrano essere molto sensibili   verso determinate gestualità ed espressioni comunicative senza necessariamente possedere ampie abilità cognitive sociali, inclusa la teoria della mente. Non di meno, sembrano avere una apparente abilità di produrre comportamenti sociali compatibili, in risposta al nostro umore (Kaminski, Nitzschner 2013).

E allora che fare?

Se siamo osservatori attenti (formati e informati) saremo buoni “ricevitori” di emozioni. Potremo forse così arrivare laddove ancora la scienza non riesce a trovare paradigmi, regole, sicurezze, misure, etichette…

Da istruttore, quando mi trovo di fronte a quella che individuo come possibile collera di un cane (che sia un sentimento prolungato nel tempo o un’espressione emozionale subitanea) cerco di empatizzare  affettivamente (rispondere in modo affettivo in relazione alle emozioni espresse da un altro) e cognitivamente (comprendere cosa l’altro sta pensando). 

Mi chiedo dove sta il problema; perché certi stimoli sono, per quel cane, intollerabili. 

Mi chiedo se il problema è una situazione etologicamente o logicamente comprensibile, e quindi la reazione di collera è assolutamente “lecita” e proporzionata all’evento, o se forse  invece può essere trasformata in un’occasione di crescita. In tal caso, cerco di capire se posso programmare un lavoro più ampio su cane e proprietario (indipendente da quella situazione critica) per influire su come entrambi vedono queste situazioni, su come le sentono, come le percepiscono, come le vivono, e su come essi regolano e gestiscono le loro emozioni.

Nell’immediato, trovo sicuramente anche utile tener presente tutto quanto la scienza mi dice sul sentimento della collera (interessanti le analogie e le omologie con alcuni aspetti delle manifestazioni di collera nei bambini) per anticiparla, empatizzare, capire cosa sia utile a gestire questa emozione sul momento (per esempio; la collera crea il bisogno di uno scarico che l’animale deve direzionare su qualcosa. Togliere ogni possibilità di sfogo quindi, potrebbe non aiutare …)

Ogni educatore ha il proprio approccio al problema, laddove, ovviamente, la criticità sia stata correttamente individuata nelle sue caratteristiche e laddove vi sia consapevolezza del fatto che, su cosa gli altri sentono, non vi è mai certezza…

Certo è che, salvo problemi fisici e/o fisiologici specifici, la collera non è un emozione inadeguata e non è un problema comportamentale. Non è qualcosa da piegare, domare, sopprimere, piuttosto è un segnale prezioso: il cane ha qualcosa da dirci, più o meno consapevolmente.

Non esistono emozioni inadeguate

Non esistono emozioni inadeguate, ci indica la psicologia; esistono solo emozioni, ricche di un significato comunicativo e con una funzione ben precisa. 

Ed esistono anche situazioni apparentemente “giuste” al momento sbagliato (ti lascio solo a casa, cucciolone, perchè voglio abituarti, ma fino ad ora ti ho reso dipendente da me in tutto e per tutto, o non ho mai avuto l’occasione di darti la possibilità di essere autonomo e credere in te stesso, o di sentirti sicuro anche senza di me) o situazioni “sbagliate”, per quell’individuo o quella specie (porto a casa un pappagallino, gatto, ma tu non devi mangiarlo…), in quel momento (ti porto a casa con me, cucciolo di appena due mesi, ma non devi mordere, non devi ringhiare, non devi fare pipì in casa, né giocare con le frange delle federe del divano…), in base alle sue competenze emotive (voglio che oggi al mercato tu stia buono qui accanto a me, anche se  fino a ieri non sei mai uscito dal giardino di casa), alla sua età, al suo carattere, alle sue esperienze passate e così via.

E poi esistono diversi temperamenti; ci sono cani che, proprio come le persone, faticano a gestire determinate emozioni più di altre e hanno bisogno di tempo, perchè semplicemente sono fatti così. Non si tratta di sensibilizzazione, non si tratta di mancata educazione, ma semplicemente di genetica

Per iniziare un percorso (non sempre facile) di acquisizione e sviluppo di competenze sociali ed emotive che aiutino il binomio a vivere nel modo migliore possibile determinate contingenze potenzialmente scatenanti e, se possibile, persino a non percepirle come criticità, è necessario sviluppare capacità di riconoscimento, consapevolezza e comprensione delle motivazioni più profonde di tali emozioni.

Perché ogni animale ha diritto di provare, e di esprimere, le proprie emozioni.

Altrimenti?

“…altrimenti ci arrabbiamo!”

Keep watching, 

amici naturalisti curiosi  😉

marzo 2019

Noemi Pattuelli 

Istruttore Cinofilo 

Naturalista formato in Etologia

per la condivisione e la revisione scientifica un particolare ringraziamento alla prof.ssa 

Tessa Marzi, Ph.D.

Department of Neuroscience, Psychology, Drug Research & Child’s Health

Psychology Section

University of Florence

Nota: Alla luce delle conoscenze sul sentimento della rabbia, può essere interessante vedere sotto un’altra chiave di lettura alcuni episodi riportati in “Blackfish” di Gabriela Cowperthwaite (USA, 2013) documentario che testimonia gli effetti dello stress da cattività sui selvatici

* RABBIA/COLLERA; i due termini talvolta vengono fatti coincidere ma possono riferirsi a emozioni dello stessa sistema emotivo benché sensibilmente diverse sia come durata che come intensità.

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Noemi Pattuelli

Noemi Pattuelli

Sono un'educatrice cinofila e una naturalista specializzata in etologia. Mi sono laureata in Scienze Naturali presso l’Università degli Studi di Firenze seguendo un indirizzo e una specializzazione evoluzionistico/etologica incentrata in particolare sul benessere animale. Negli ultimi anni ho approfondito la tematica dell’etologia del cane e mi sono formata come istruttore cinofilo specializzandomi nella comunicazione sociale del cane. Collaboro con diverse strutture e associazioni cinofile e con centri di recupero per primati e fauna selvatica in Italia e all’estero.

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