American Bully in UK un anno dopo il divieto, cosa è cambiato?
Il bilancio della legge: più sicurezza o solo più confusione?
Il 2024 segna il primo anniversario dall’entrata in vigore del divieto sugli American XL bully in Inghilterra e Galles. La legge, approvata nel dicembre 2023, ha reso illegale possedere questi cani senza un certificato di esenzione, oltre a vietarne l’acquisto, la vendita, la riproduzione e la cessione. Chi ha ottenuto l’esenzione deve tenere il proprio cane sempre al guinzaglio e con la museruola in pubblico.
Secondo The Guardian, oltre 55.000 cani hanno ottenuto il certificato di esenzione, mentre centinaia sono stati soppressi.
La domanda, ora, è se il divieto abbia effettivamente migliorato la sicurezza pubblica.
I dati finora disponibili offrono un quadro tutt’altro che chiaro: su nove attacchi mortali avvenuti dopo il divieto, cinque hanno coinvolto XL bully, ma tutti sono accaduti all’interno delle abitazioni private. Questo suggerisce che la legge potrebbe non avere un impatto decisivo sulla riduzione degli attacchi, evidenziando invece la necessità di un approccio più strutturato alla gestione del rischio.
Nel frattempo, il divieto ha generato un carico di lavoro aggiuntivo per forze dell’ordine, veterinari e associazioni animaliste.
Inoltre, secondo molti esperti, obbligare i cani esentati a uscire sempre al guinzaglio e con la museruola potrebbe avere effetti negativi sul loro benessere, con conseguenti problemi comportamentali. David Martin, capo del settore benessere animale del gruppo veterinario IVC Evidensia, ha avvertito che la limitazione dell’attività fisica potrebbe aumentare lo stress e l’aggressività di questi cani, specialmente in estate, quando le temperature elevate rendono l’uso della museruola ancora più problematico.
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Il problema delle liste di razze: un modello efficace?
L’esperienza britannica mostra i limiti delle leggi basate sulla discriminazione di razza. Nonostante il divieto, gli attacchi non sono diminuiti e il mercato dei cani “status symbol” si è semplicemente spostato su altre razze di grande taglia, come il Cane Corso e il Pastore del Caucaso. Ciò dimostra che il problema della pericolosità canina non dipende esclusivamente dalla razza, ma da fattori come selezione genetica irresponsabile, gestione inadeguata e mancanza di educazione cinofila.
Non a caso, molti esperti e associazioni animaliste si oppongono da tempo alla legislazione basata sulle razze, sottolineando che essa si concentra su caratteristiche estetiche piuttosto che sui veri fattori di rischio. In alternativa, propongono misure più efficaci come registri nazionali delle morsicature, valutazioni comportamentali individuali, licenze per proprietari, e programmi di educazione alla gestione del cane.
Il caso italiano: una “save list” invece delle liste nere?
In Italia, il dibattito sulla regolamentazione delle razze pericolose è tornato alla ribalta con la proposta di legge in Lombardia, che vorrebbe istituire una “save list”. A differenza delle liste nere, che vietano determinate razze, questa nuova proposta individuerebbe solo alcune razze considerate “sicure”, con il rischio di escludere tutte le altre, compresi cani che potrebbero essere perfettamente equilibrati se ben gestiti.
Questa impostazione, secondo molti esperti cinofili, rappresenta un passo indietro per la cinofilia italiana, poiché ignora il principio fondamentale che ogni cane è un individuo, e che il comportamento dipende più dall’educazione e dalla gestione che dalla genetica. La priorità dovrebbe essere la formazione dei proprietari e la promozione di un’adozione consapevole, anziché nuove liste che rischiano di essere arbitrarie e inefficaci.
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Serve un cambio di paradigma nella gestione dei cani
L’errore principale di molte normative sui “cani pericolosi” è quello di puntare il dito sulle razze, anziché concentrarsi su responsabilità e competenze dei proprietari. La recente relazione della RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals) sottolinea proprio questo punto, proponendo un modello che favorisca una cultura della responsabilità e della formazione per tutti i proprietari di cani, indipendentemente dalla razza.
Piuttosto che continuare a bandire razze in base all’emergenza del momento, servirebbe un sistema che garantisca che chiunque possieda un cane abbia le competenze necessarie per gestirlo correttamente. Perché, alla fine, un XL bully non è automaticamente pericoloso, così come un Labrador non è automaticamente innocuo. È la qualità della gestione a fare la differenza.
In sintesi:
✅ Il divieto sugli XL bully in UK ha creato più confusione che soluzioni.
✅ Gli attacchi non sono diminuiti e il mercato dei cani “status symbol” si è spostato su altre razze.
✅ Le liste di razze pericolose si sono dimostrate inefficaci: servono norme basate sulla responsabilità del proprietario.
✅ Anche in Italia, la proposta di una “save list” rischia di penalizzare cani gestiti in modo responsabile.
✅ La soluzione? Formazione obbligatoria per i proprietari e valutazione individuale dei cani, non divieti di razza arbitrari.
Se vogliamo davvero migliorare la convivenza tra cani e persone, dobbiamo cambiare prospettiva: non servono liste nere, ma proprietari consapevoli.
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