Il randagismo fa girare troppi soldi?
Dal servizio di Indovina chi viene a cena? ai dati Legambiente, il caso di Collelongo riporta l’attenzione su criticità, costi e distorsioni nella gestione del randagismo in Italia.
Il canile di Collelongo (Abruzzo) è finito al centro dell’attenzione dei cinofili italiani dopo il servizio di Indovina chi viene a cena? su Rai 3. Ma per chi si occupa di tutela animale in Abruzzo, non si tratta certo di una scoperta.
Segnalazioni, denunce pubbliche e prese di posizione di volontari e associazioni si susseguono da anni, inutilmente. La trasmissione Rai ha quindi portato alla ribalta nazionale una realtà già nota a livello locale mostrando come, nonostante le criticità denunciate da tempo, un sistema aberrante continui a funzionare senza cambiamenti sostanziali, anzi.
È essenziale affrontare il tema del randagismo nel contesto delle sue implicazioni economiche e sociali, in particolare la domanda: Il randagismo fa girare troppi soldi?
Attorno a Collelongo ruotano da anni le stessa parole: inaccessibilità e inadottabilità. Gli orari i di apertura al pubblico sono molto brevi e, secondo testimonianze del servizio, in fasce poco fruibili da chi lavora o va a scuola. Formalmente il canile è “aperto”; nei fatti, l’accesso sembra costruito in modo da risultare difficile.
Questo vale per i potenziali adottanti e vale ancora di più per volontari e associazioni, che invece per legge dovrebbero poter entrare, monitorare, portare i cani in passeggiata, farli socializzare, donargli momenti piacevoli. Al contrario, dal servizio Rai emergono grandi difficoltà di accesso, resistenze e tensioni notevoli con i gestori.
I cani sembra che non escano quasi mai dalle gabbie e che vengano lasciati all’interno anche durante la pulizia con acqua gelida in pressione.
Con un quadro del genere, ovviamente le adozioni scarseggiano: alcuni rinunciano subito, altri insistono per mesi ma inutilmente e, alla fine, cedono. E quando, ogni tanto, un cane esce, gli adottanti raccontano di sporcizia indescrivibile, parassiti, malattie e problemi comportamentali compatibili con deprivazione sensoriale, incuria e maltrattamenti. Le testimonianze del servizio sono state chiarissime.
Come se non bastasse, le cose sembrano persino destinate a peggiorare, perché dai “piani alti” arriva una notizia sconcertante: nel novembre scorso, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato l’emendamento n. 14 alla legge regionale 47/2013, sostenuto da Massimo Verrecchia, capogruppo di Fratelli d’Italia.
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Per quanto possa sembrare incredibile, il provvedimento riduce l’obbligo di apertura al pubblico (da quotidiana a cinque giorni a settimana), attenua gli obblighi connessi alla presenza veterinaria continuativa e rende non più garantita ma “discrezionale” la presenza di volontari e associazioni, affidando la scelta ai gestori delle strutture!
Ma Collelongo non è un’eccezione: è solo un esempio più eclatante di altri del business legato al randagismo e agli abbandoni di questo Terzo Mondo cinofilo che chiamiamo Italia.
Secondo il Rapporto “Animali in città” di Legambiente, (edizione 2024/2025, dati 2023), la gestione del randagismo e degli animali d’affezione in Italia ha comportato una spesa pubblica di circa 248 milioni di euro, con una quota largamente prevalente a carico dei Comuni. È denaro pubblico che finisce in gran parte nella gestione ordinaria dei canili.
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La quasi totalità dei fondi non viene investita in prevenzione (sterilizzazioni, controlli, ottimizzazione dell’anagrafe canina, educazione dei proprietari eccetera) ma nella custodia a lungo termine. Legambiente segnala come la prevenzione sia sistematicamente sottodimensionata rispetto alla gestione dell’emergenza. Il risultato è un sistema che non riduce il randagismo ma lo “amministra”, si fa per dire.
Nel 2023 sono stati stimati da Legambiente circa 85.000 cani abbandonati, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente, e circa 358.000 cani randagi presenti sul territorio nazionale. Numeri che spiegano perché il sistema sia costantemente sotto pressione e perché la gestione, anziché la prevenzione, continui a essere la risposta prevalente.
Le convenzioni tra Comuni e canili prevedono in genere una quota giornaliera per cane ospitato.
Randagismo in Italia: un problema complesso tra leggi, etica e responsabilità collettiva
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Le cifre variano ma gli atti amministrativi disponibili indicano ordini di grandezza intorno 6–15 euro al giorno per cane, con punte superiori in alcune convenzioni. Tradotto: ogni cane trattenuto per un anno può costare alla collettività oltre mille euro. Se resta cinque o dieci anni, la cifra diventa enorme. Se parliamo di migliaia di cani detenuti per anni e anni, è un fatturato da grande azienda.
Ed ecco spiegati i tantissimi cani mai adottati nei vari canili sparsi per l’Italia: un sistema che remunera la permanenza e non l’uscita non ha alcun motivo di funzionare diversamente.
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Non premia le adozioni rapide, non premia la riduzione dei tempi di permanenza, non premia la trasparenza: premia i box pieni.
E poi c’è l’aspetto che i numeri non raccontano ma che più ci preme: la sofferenza dei cani.
La detenzione prolungata in box, soprattutto in strutture prive di soluzioni che allevino la detenzione, ha effetti noti e documentati: stress cronico, stereotipie e OCD vari, paure, fobie, malattie e via dicendo.
Le testimonianze inorridite di famiglie che adottano cani segnati da anni di galera sono l’esito prevedibile di un sistema concentrazionario che premia i carcerieri e infierisce sulle vittime.
Collelongo, quindi, in base a quanto mostrato dal servizio Rai, sembra essere un punto di osservazione privilegiato su un sistema malato che, però, funziona da anni perché resta poco visibile. Un sistema che si fonda su perdite di tempo, inerzia istituzionale e inspiegabile latitanza di controlli veri.
Un sistema che funziona benissimo per chi si gonfia le tasche con il randagismo e gli abbandoni, cioè con la sofferenza dei cani. Il che spiega meglio di qualsiasi altro discorso perché in Italia questo schifo si perpetui da sempre nell’assoluta indifferenza del potere, di qualsiasi colore: business is business.
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