L’etologo del cane, secondo me.

Il punto di vista dell’etologo è quello dell’osservatore neutrale. Da spettatore asettico osserva il comportamento animale, lo descrive, lo quantifica e cerca dei modelli e dei paradigmi. Chi guarda gli altri e li descrive ha potere su di loro, in quanto li descrive come i suoi occhi li vedono e come la sua mente li giudica.

Ci si arrampica sul muro della nostra cultura per vedere dall’altra parte chi c’è, dando uno sguardo univoco, naturalmente Umano.

Ma quando l’etologo osserva il cane, sebbene non possa prescindere dalla metodologia che fa del suo lavoro una scienza, deve per forza scendere da quel muro e il suo sguardo deve diventare dialogico: il punto di vista deve cessare di essere quello dello spettatore oggettivo che racconta le cose con la voce fuori campo, come fosse un’entità che tutto vede e tutto sa.

L’oggettività, questo IO invisibile che racconta tutto ma non si vede, nel rapporto con il cane non solo non è possibile, ma non è neppure una virtù in quanto il cane vive con noi e insieme abbiamo una relazione. I nostri sguardi non sono univoci ma si incrociano e ogni soggetto di entrambe le specie è portatore di particolarità diverse. Quello che fa l’Altro influisce su di me, sul mio sguardo.

E anche quando si scrive di cani, bisognerebbe passare da una narrativa scientifica che descrive il comportamento dell’animale dicendo “il cane fa, il cane dice…” (come se tutta la popolazione di cani fosse compatta e si comportasse allo stesso modo) ad una descrizione in cui lo sguardo non fosse assoluto.

Noi siamo influenzati dai cani e i cani sono influenzati da noi: nella ricerca allora cambia il modo di guardare. La ricerca stessa diventa un percorso in cui si sceglie la strada più lunga per tornare a casa. E allora ci mettiamo a studiare il cane per studiare noi stessi, la nostra personalità e il nostro “essere” nel mondo.  Non si tratta di un giro lungo dal punto di vista spaziale ma culturale, perché calandoci in un’altra realtà, in qualche modo usciamo dai nostri costumi e ci rimettiamo in gioco. Questo incontro avviene in una terra di nessuno, in cui dobbiamo dimenticare noi stessi per essere connessi con il cane.

Ma non basta.

Una volta entrati nella sua mente allo scopo di capirne i meccanismi, dobbiamo uscirne per avere una visione di insieme. Quando siamo coinvolti in questa ricerca, nella quale avviene un dialogo tra due specie, raccontiamo anche noi stessi. E non sono tutti successi. Ci sono fallimenti, vittorie, noia, vita quotidiana: da questi piccoli spezzoni bisogna ricostruire un mosaico che a volte è contraddittorio, perché la realtà stessa lo è. Ma forse proprio questa consapevolezza dovrebbe costituire il modello di ricerca.

E il codice narrativo del racconto cambia: invece di un trattato, il narratore è presente e racconta come ha instaurato la relazione con il cane ed ha abbastanza umiltà da rendersi conto che se ad interagire fosse stato un altro, le risposte sarebbero state diverse, perché ci sarebbero stati modi diversi di rapportarsi.

Quello che possiamo fare allora è raccontare quello che abbiamo visto in certi periodi con certi cani mentre ci comportavamo in un certo modo. 

Davide Cardia

addestratore ENCI Sezione 1° Dog Trainer Professional riconosciuto FCC Direttore Tecnico del centro cinofilo Gruppo Cinofilo Debù Docente in diversi stage con argomenti legati alla cinofilia e alla sua diffusione Docente corsi di formazione ENCI per addestratori sezione 1 Ospite in radio e trasmissioni televisive regionali Preparatore/Conduttore IPO e Mondioring Autore del libro “Addestramento con il premio” edizioni De Vecchi Curatore del libro “Io e il mio Bullgod” edizioni De Vecchi

Davide Cardia

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