Pensavo fosse amore e invece era un Amstaff.

Di Lucetta Miazzi 

Sono passate 4 estati da quando Carson, il cucciolo di American Stafforshire Terrier, comunemente chiamato Amstaff, è entrato nella mia vita, stravolgendola.

Spesso le persone prendono un cane per rilassarsi e per passare del tempo allegro in compagnia del peloso pensando di portarselo ovunque, ma soprattutto, credono che il nostro amore peloso andrà sempre d’accordo con tutti gli altri cani; in poche parole si prende un cane per alleviare le brutture della vita! 

Devo dire che questo era anche il mio pensiero, ma come scoprii ben presto, le cose non dovevano andare così.

L’arrivo di Carson, infatti, ha riempito il mio cuore di tristezza e gioia allo stesso tempo.

Intanto, scegliendo una razza non proprio da parchetto (penso ancora che un cane allievi lo stress della vita ma con un giusto percorso fatto insieme che renda coesa la relazione, per tacere della razza che andiamo a scegliere) già la situazione si complica.

Poi, quando tocchi con mano cosa voglia dire gestire certe razze, ecco che la mia mente si è riempita di incertezze e paure.

L’entusiasmo iniziale ha cominciato a venire meno e oscillavo da momenti euforici e felici a momenti in cui lottavo, tra cuore e mente, per non disperarmi.

Insomma, un inizio turbolento e problematico.

Nonostante abbia sempre avuto cani impegnativi non riuscivo a trovare una soluzione ai suoi comportamenti paurosi e aggressivi con cui affrontava le novità e, da par suo, le risolveva. Se preoccupato, non aveva problemi a sfoderare tutti i denti (e in un amstaff sono veramente tanti); non ero ancora riuscita a trasmettergli competenze tali da poter attuare un comportamento alternativo alla frustrazione che, appunto, risolveva con aggressività.

Inizialmente, mal consigliata, pensavo che da grande il mio amstaff sarebbe diventato un mostro che avrebbe morso me e chi mi circondava: ed ecco che il sogno di averlo sempre al mio fianco, ovunque andassi, si stava sgretolando. 

A me questa situazione chiaramente non piaceva e nemmeno i vari consigli che ricevevo: contraddittori e illogici. Carson era cucciolo e sapevo che doveva essere accompagnato nella sua crescita emotiva per apprendere strategie di azione “civili”. E sapevo che ero io a doverlo accompagnare in questo percorso.

Dovete sapere che ogni rumore era per lui una minaccia da cui difendersi; se poi questi mostri rumorosi li emetteva mio padre, era per lui proprio il caso di sfoderare i denti.

Sebbene Freud avrebbe accusato me di una reazione del genere, tutto questo era diventato inaccettabile.

A peggiorare le cose era l’escalation di comportamenti aggressivi che Carson mostrava dopo ogni esperienza. Dicevo che le soluzioni adottate fino ad allora non avevano portato a nulla di buono.

Decisi quindi di studiare.

Comprai libri su libri (e ancora ne compro) e mi affidai a dei professionisti per cominciare il percorso educativo di cui entrambi avevamo bisogno.

E questa è la nostra storia: nessuna bacchetta magica ma studio, campo, fatica e sudore. Mi sono appassionata come accade a tante persone che vivono con un cane e ho finalizzato la mia passione diventando addestratrice ENCI.

Sono riuscita a canalizzare le energie del mio piccolo mostro ottenendo comportamenti dapprima civili poi performanti.

E allora abbiamo continuato a studiare, entrambi.

Prima l’Agility ed ora il Treiball.

La nostra via d’uscita, mentale e fisica, al disagio vissuto in precedenza è stato il lavoro.

Abbiamo avuto la fortuna di avere vicino una persona cara che ci ha aiutati e incoraggiati. Ma ora, senza ancora aver finito quegli esami che “non finiscono mai”, oltre a vivere serenamente come binomio, diamo una mano a coloro che sono passati dal nostro stesso problema, seguendoli nel percorso educativo e ludico sportivo.   

Dogsportal Redazione

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