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Randagismo e la favola dei Paesi Bassi: che noia

Ogni tanto torna a girare, sempre uguale, sempre con lo stesso tono trionfale: i Paesi Bassi sarebbero il primo paese al mondo ad aver eliminato il randagismo, con i canili vuoti e tutti i cani a casa di qualcuno. La notizia rimbalza da un social all’altro da quasi dieci anni, viene rilanciata da siti che si copiano a vicenda senza citare un solo dato ufficiale, e ogni volta raccoglie condivisioni entusiaste da parte di chi legge il titolo e si commuove. Nessuno si ferma a chiedersi due cose, che sono poi le uniche che contano: se sia vera, e se abbia senso usarla come modello.

Sulla prima domanda si può rispondere in fretta. Il primato non esiste, perché i paesi scandinavi non hanno mai avuto popolazioni di animali liberi sul territorio, e non si diventa primi a non avere una cosa che da quelle parti non c’è mai stata. I canili olandesi, poi, non sono affatto vuoti: la principale organizzazione nazionale per la protezione degli animali dichiara di aver accolto oltre novemilacinquecento animali nei soli mesi estivi del 2025, due volte e mezzo rispetto al resto dell’anno, e di gestire dal 2022 una lista d’attesa nazionale per chi vuole cedere il proprio animale. C’è un terzo elemento, che è quello che rende la storia davvero interessante: nei Paesi Bassi operano circa centotrenta organizzazioni che importano animali da Romania, Spagna, Bulgaria e Grecia, per un totale di circa dodicimila ricollocamenti ogni anno, a fronte di una domanda interna di circa centocinquantamila nuovi ingressi annui, coperta in larga parte da allevamento e compravendita. Un paese che assorbe i randagi degli altri e compra il resto non ha risolto il randagismo, ha semplicemente spostato il problema fuori dai propri confini e si è tenuto il titolo.

Sulla seconda domanda, quella che riguarda il modello, la risposta è ancora più semplice: ma chi se ne frega dei Paesi Bassi? Parliamo di un territorio di poco più di quarantamila chilometri quadrati, pianeggiante, densamente urbanizzato, con un clima e una storia rurale che non hanno niente a che vedere con la Sicilia, la Calabria, la Puglia, la Grecia, la Spagna o la Turchia. Non esiste, in Olanda, il contesto ambientale in cui un animale libero possa semplicemente esistere. Prendere quel risultato e usarlo come metro di giudizio per il resto del mondo è un’operazione storicamente scorretta, perché confronta realtà che non sono confrontabili.

Leggi: Il cane meticcio nel mondo: storia, genetica e identità di un essere che non ha bisogno di un pedigree

Il mondo, del resto, è pieno di animali liberi. La popolazione canina mondiale è stimata in circa novecento milioni di individui, e solo un quinto vive come animale da compagnia dentro una casa; tutto il resto è fatto di popolazioni di villaggio, di quartiere, che convivono con l’uomo da millenni e che sono in grandissima parte meticce. Non sono l’eccezione da correggere, sono la norma numerica della specie, e in molti contesti rappresentano un equilibrio culturale ed ecologico che dura da generazioni. Su questo abbiamo intervistato Michele Minunno, che studia da anni proprio le popolazioni libere e la differenza tra chi è stato abbandonato e chi invece ha un rapporto completamente diverso con l’ambiente e persino un corredo genetico diverso. Ridurre tutto questo a un problema da eliminare significa non aver capito di cosa stiamo parlando.

Quando invece la logica dell’eliminazione viene applicata davvero, il risultato lo abbiamo visto in Marocco, dove migliaia di animali sono stati uccisi per “ripulire” le strade prima della Coppa d’Africa. È lo stesso schema mentale, portato alle sue conseguenze: il territorio deve apparire pulito, e l’unico modo per ottenerlo in fretta è far sparire chi lo abita.

Questo non vuol dire che vada bene tutto. Debellare il randagismo nella sua accezione negativa, quella fatta di animali malati, denutriti, investiti, che si riproducono senza controllo e che vivono male, resta un obiettivo giusto; svuotare i canili resta un obiettivo giusto, e non a caso abbiamo messo sul tavolo una proposta scomoda e impopolare per farlo davvero, fatta di tracciamento totale, stop alle vendite e alle adozioni online, albo unico degli operatori. Il punto è un altro: il randagismo non deve diventare il vessillo da agitare contro la presenza stessa dell’animale in territori che con i Paesi Bassi non c’entrano niente. Ci saranno sempre nicchie etologiche ed ecologiche da preservare, come abbiamo scritto ragionando sulle possibili soluzioni italiane, e ci saranno sempre altre cose, ben più urgenti, da combattere.

In Italia quella cosa ha un nome preciso, e non è randagismo: è vagantismo. Ne abbiamo parlato in Academy con Francesca Toto, del progetto Zero Cani in Canile di Vieste, e il quadro che ne esce è molto diverso da quello raccontato dalle campagne emotive. Il vero problema del sud Italia non è la totale assenza di riferimenti umani, sono gli animali padronali tenuti in semi abbandono: soggetti che hanno un umano di riferimento sulla carta, che vivono in cascine e proprietà senza recinzioni, non sterilizzati, liberi di uscire e di accoppiarsi, e che alimentano un fenomeno che si autoalimenta da decenni. Non è un fenomeno spontaneo, è il risultato di una catena di controlli che non vengono fatti: i comuni, che hanno la responsabilità dell’anagrafe e della gestione del territorio, le ASL, che dovrebbero verificare, le forze dell’ordine, che dovrebbero sanzionare. Se quei controlli esistessero davvero, e non solo sulla carta, il problema sarebbe stato fermato molto tempo fa.

Va anche detto che non è una questione meridionale, per quanto sia comodo raccontarla così. L’alibi del Sud serve soprattutto a non guardare alle campagne piemontesi e lombarde, dove la semilibertà, la catena e la cattiva gestione sono altrettanto diffuse, solo meno fotogeniche. Chi volesse ricostruire le radici culturali, economiche e organizzative del fenomeno trova il nostro approfondimento sul randagismo in Italia, che è il punto di partenza di tutto questo ragionamento.

Il nostro punto di vista è questo. Ogni volta che si rilancia la favola olandese si sposta l’attenzione dal luogo in cui il lavoro andrebbe fatto, che sono le proprietà private, le sterilizzazioni mancate e i controlli assenti, verso un confronto internazionale che non serve a nessuno e che serve soltanto a farci sentire in difetto. Il randagismo italiano non si risolve importando un modello nato in un paese piatto e piccolo, si risolve facendo applicare le leggi che già abbiamo, dove non vengono applicate, e smettendo di trattare come notizia una storia che gira identica da dieci anni senza che nessuno l’abbia mai verificata.

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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