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Umanizzare o non umanizzare? Questo è il problema?

Umanizzare o riconoscere l’alterità del cane e degli altri animali

Il web, si sa, è ricco di esperienze surreali alla stregua della fabbrica di Willy Wonka.
Dalla fila di lupi che aspettano il passo del vecchio e che dovrebbero insegnarci il rispetto degli anziani, all’impala, mamma cuoricina coraggiosa, che si sacrifica per i cuccioli, passando per il cane generoso che salva il pesce coprendolo con l’acqua.


Signore e signori, io che sono notoriamente il Grinch sono qui oggi a uccidere il vostro romanticismo.


No, i lupi non sono in fila per rispettare l’anziano, sono in fila perché è più facile passare su un sentiero battuto seguendo le tracce olfattive e feromomiche del gruppo, evitando di diffondere i propri odori o correre pericoli inutili.

No, la mamma impala non si sacrifica manco per niente (#mancopegnente) per i suoi cuccioli.

È in freezing o perché no, magari è stata semplicemente contagiata da una malattia parassitaria o infettiva, tipo toxoplasma o rabbia che fanno in modo di far esporre la preda ai predatori per ottenere la massima diffusione.

I cuccioli sono e restano le prede più facili assieme ai malati, gli anziani e gli infermi.

La madre non si sacrifica perché a livello evolutivo è più utile lei per produrre nuovi cuccioli.

È la natura.

Vi ricordo che il quokka, caro e tenerino, li lancia proprio i suoi cuccioli in bocca ai predatori quando è minacciato. #KattivissimoQuokka.


Allo stesso modo, no miei cari lettori, il pesce morto non viene coperto d’acqua da Fido per salvarlo.

Fido lo copre perché ne vuole nascondere l’odore ad altri competitor e magari non ha nemmeno fame, così se lo tiene per dopo.
Nessun salvataggio in extremis per il piccolo Nemo.

Il fatto che lo faccia in acqua è pura casualità nella riproduzione di un pattern comportamentale decontestualizzato.


Questo, tutto questo sopra, è “Umanizzare” : ossia attribuire pensieri, rappresentazioni ed inferenze propri dell’ essere umano e ancor più nel dettaglio, dell’ umano che soggettivamente ci ha proiettato questo, su un animale o sul comportamento di un animale. Ben diverso è il discorso di psicologia ed etologia comparata.

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Ri-conoscere che gli animali abbiano e provino emozioni primarie e secondarie, abbiano una teoria della mente, soffrano, siano dotati di progettualità, domini cognitivi ed in sostanza siano e SONO esseri senzienti NON È UMANIZZARE.


Riconoscere queste caratteristiche e inquadrarle all’ interno del giusto contesto etologico vuol dire comprendere realmente i nostri animali e non solo, gli altri esseri viventi e imparare a rispettarli.


Fa parte dell’ approccio bottom-up dell’ etologia moderna e della psicologia cognitiva.

Sembrerebbe superfluo, ma a quanto pare non lo è visto che, ANCORA OGGI, ci ritroviamo a leggere commenti che giustificano la violenza per “dominare comportamenti sgradevoli” (a noi) e commenti a demonizzare l’empatia con la scusa che chi la provi “sta umanizzando”.

Come se il sentire profondamente l’altro, rifiutare la violenza stessa ed essere umani, con accezione empatica del termine, fosse una vergogna.
Ancora troviamo chi parla di “umanizzare” laddove si riconosca la paura, il panico o il terrore.
Umanizzare è umano, scusate il gioco di parole.

Si umanizza quando si compra il vestitino a fido e fuffi e comunque siamo sempre nel contesto coevolutivo.

Si vince e si perde, prendere o lasciare
(Te sei coevolutivo? E mo’ te arrangi!)

Si umanizza se si pensa che il cane che ci lecca ci stia dando i bacini o che abbracciarlo sia un piacere anche per lui.
È scorretto?

Certo.


Questo però si può spiegare, chiarire. Si possono guidare i proprietari a comprendere le differenze etologiche e rispettarle, si possono guidare alla corretta lettura dei comportamenti animali.

Occorre però conoscerli e avere una vera formazione in merito.
Rifiutare di riconoscere la soggettività e l’esperire di un altro essere vivente, troppo spesso per giustificare i propri metodi o ideali, è invece più che bestiale e deumanizza chi si rifiuta di capire o di volersi quantomeno aggiornare.

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Chiara Boncompagni

Chiara Boncompagni, è medico veterinario esperto in comportamento animale e negli IAA FNOVI . E’ laureata in medicina veterinaria all’Università degli Studi di Perugia e in etologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha conseguito il master in medicina comportamentale presso l'Università degli Studi di Parma. È educatore cinofilo e Istruttore cinofilo riabilitatore, coadiutore del cane negli Interventi assistiti dall'animale. Ha contribuito alla stesura del libro “Legàmi”, che tratta della relazione uomo-animale, a cura della psicologa Giulia Simonetti ed è docente di diversi corsi per educatori ed istruttori cinofili e per i proprietari di animali.

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