Caccia al cinghiale: il segugio è un soldato semplice, un soldato sacrificabile.

“Il cane, il bel cane rosso, aveva gli occhi aperti, mesti, e non emetteva un gemito. Il capocaccia lo guardava affettuoso: ogni tanto, con la mano, gli accarezzava la testa. A mo’ di ringraziamento, il cane muoveva la coda. Dallo squarcio tra le costole, tamponato d’erba, usciva ancora del sangue.”

Così Emilio Lussu, in un racconto capolavoro, Il cinghiale del diavolo.

Ambientato nella Sardegna di ieri, si apre con la descrizione della ferita inflitta al capomuta, lo splendido Senza  Paura, da un cinghiale appena più diabolico dei suoi consimili.

Tolta la fasciatura d’erba, appare la ferita, uno squarcio pauroso sul fianco, tra schiena e petto, sotto l’ascella.

“Come ti sei lasciato ferire così, piccolo cane mio?

Caccia al cinghiale

Tu sei troppo generoso e non hai pensato che un cinghiale di quel genere non si doveva attaccare di fronte…quando il cinghiale è armato a quel modo ed è condotto dal Diavolo, meglio è lasciarlo andare.

Ma se si trova un audace, come Senza Paura, che l’affronta, debbono tutti affrontarlo.

L’attacco riesce solo se combinato.

Se uno azzanna un orecchio da una parte, un altro deve azzannare l’orecchio dall’altra parte.

Solo così s’immobilizza il cinghiale.

E quindi la muta che non ha cooperato col cane di testa viene insultata dal capocaccia, proprietario di Senza Paura: quando si affollano attorno al ferito, vengono scacciati:

“via di qui, cani timidi e lenti. Perché lo avete lasciato solo a misurarsi col cinghiale maledetto?

Meritava, Senza Paura, di essere lasciato senza sostegno? Cani buoni solo per inghiottire siero di latte e lucertole”.    

Come spesso in testi di gran pregio, radicati nell’antropologia della caccia, potremmo fermarci qui.

È, in fondo, tutto qui.

La caccia al cinghiale è una caccia di muta.

Il giorno precedente, il bracchiere va, con un cane al guinzaglio, un buon limiere, a sincerarsi che, nella zona prescelta per la braccata, ci siano cinghiali.

Lo valuta dalle impronte e da mille segnali.

Poi, la caccia è affare della muta. 

La caccia al cinghiale è un lavoro di squadra: avanti le mute per stanarlo.

Il modus operandi è quello consueto: rintracciare la braccata, avvicinarsi all’animale che spesso è alla lestra, accovato nel folto, abbaiare a fermo, forzarne la partenza per inseguirlo e portarlo a tiro delle poste.

Come sono composte le mute di cani per la caccia al cinghiale

Anticamente, le mute erano composte da cani che non solo dovevano trovare la selvaggina ma anche catturarla e tenerla ferma per consentire al cacciatore di avvicinarsi e spacciarla all’arma bianca.

Era quindi necessario mettere insieme cani da fiuto, da braccata, da inseguimento e da presa.

I cani della muta dovevano essere ben affiatati e mai litigare tra loro, specialmente nell’eccitamento della pugna.

Quando si aggiungeva una nuova recluta si portava al canile e la si legava fuori dal recinto; metterla subito insieme alla muta avrebbe significato farla fare a pezzi. Il segno che il nuovo soggetto si era integrato agli altri si aveva quando si univa al coro dei loro latrati o ululati.

Temprato o scartato

Il primo scontro col cinghiale avrebbe mostrato se il soggetto aveva della tempra: o sarebbe diventato più bramoso o avrebbe messo la coda tra le gambe; in questo secondo caso sarebbe stato ovviamente scartato.

Per il suo arcano talento di scovare mediante facoltà invisibili, il cane da fiuto, il segugio, era il più stimato tra i cani della muta.

Una volta indicato dove si nascondeva il selvatico nella sua “cova” il suo compito era terminato.

I cani da braccata sono quelli che ora devono stanare il cinghiale e farlo uscire allo scoperto, un affare complicato dato che il cinghiale non vuole assolutamente lasciare la protezione dei rovi.

Ma una volta uscito allo scoperto il cinghiale scappa via come un razzo.

Se non viene raggiunto subito viene perso, specialmente le femmine con piccoli che sono velocissimi.

Circondato, il cinghiale viene ora affrontato dal molosso fino a questo momento trattenuto al guinzaglio.

Una volta sciolto, questo va come un fulmine al bersaglio senza dar tempo al cinghiale di reagire in maniera efficace.

Tenendo stretto l’orecchio, il molosso si muove con l’animale che cerca furiosamente di liberarsi. La potenza e la mole del cane lo aiutano a fare da contrappeso agli sforzi della vittima.

Si dice che ora il cinghiale è “incappucciato”.

Una presa alternativa è ai prosciutti poiché il cinghiale è rigido di corpo e non riesce a voltarsi indietro per colpire il nemico.

La pelle dura e tesa del suino non offre presa in altri punti del corpo.

L’animale cerca di staccare l’aggressore infilandosi tra le spine o immergendosi nell’acqua.

Quando il cacciatore vede il cinghiale incappucciato non deve perdere un istante a farsi sotto per porre fine al cimento con un preciso colpo d’arma bianca, o meglio di lancia, che induce meno al corpo a corpo, all’attaccatura della spalla.

Se il cane non riesce a far presa la faccenda si mette male, specialmente con animali grossi sopra il quintale.

Insensibile al pericolo, il molosso ama la pugna ma la caccia al cinghiale è molto pericolosa e per proteggerlo dalle zanne il canettiere accorto gli mette un mantello di tela grossa.

Tutto questo in Età Moderna, quando, come si vede, le varie fasi della cacciata erano ripartite su razze diverse.

Ora spettano tutte ai segugi.

Loro accostano, abbaiano a fermo, forzano alla partenza, inseguono.

Addirittura si fanno sotto, attaccano, se la squadra non usa per questo compito i dogo, come talvolta accade.

E alcune fasi sono estremamente rischiose.

Far scattare il cinghiale richiede l’avvicinamento, l’assalto.

Il cane deve essere infinitamente intelligente, sfidando l’avversario senza caderne preda.

Chi non sa ragionare, chi non calcola e padroneggia, cade vittima delle zanne.

Quando il cinghiale contrattacca è pericolosissimo.

Non a caso ai segugi sono infilati giubbotti protettivi per salvarli da colpi micidiali: o almeno, ad alcuni segugi, quelli dei quali i proprietari si preoccupano.

Spesso questa attenzione non viene loro riservata.

E allora colpi di zanna, spesso alle costole o sotto le costole o al ventre, talvolta superficiali, spesso micidiali.

Chiunque viva in campagna ha incontrato segugi feriti, insanguinati, recuperati da proprietari irritati di averli perduti e che si debba portarli dal veterinario ‘per farli cucire’ più di quanto siano preoccupati per la loro salute.

Purtroppo, le mute da cinghiale sono truppe d’assalto, non valorizzate individualmente, anche troppo spendibili.

Semmai si proteggono i capomuta, i geni, quelli senza i quali la magia non si compie.

Ma i soldati semplici sono sacrificabili: “c’è Garibaldi e ci sono i garibaldini”, scriveva un tempo un grande allevatore: e i garibaldini, si sa, sono massa, spendibile.

Il cinghiale è un antagonista di rispetto, su cui non è facile prevalere.

Pensiamo al grido di vittoria quando viene colpita ‘la bestia nera’: “Vivamaria il cinghiale è morto”, grida il cacciatore. Vedendolo come nero, abnorme, crudele demonio.

La ‘bestia rossa’, cervo, capriolo, è solare, sempre positiva.

Quando il cinghiale cade, il demonio è sconfitto, ed è logico che il demonio, procedura innocentizzante quanto falsa, si porti via vite canine a profusione.

Ad onta di gps e di giubbetti, quasi ad ogni battuta , ancora oggi è così.     

Susanna Pietrosanti

Susanna Pietrosanti , dottore di ricerca in storia della caccia in Toscana, é autrice di vari saggi sulla caccia in Italia e in Europa. Ha collaborato con la rivista ufficiale della SIPS, Società Italiana Pro Segugio. Ama i segugi e divide il bosco e la vita con loro da sempre.

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