Notizie sul cane

Cani liberi e il mito del “mio è buono”

Abbiamo fatto una domanda secca a chi ci segue su Facebook: cani liberi sui sentieri, in spiaggia e negli spazi aperti, normalità o problema? Le risposte hanno superato il migliaio in pochi giorni, un volume che raramente si raggiunge su temi tecnici e che da solo dice qualcosa sullo stato del dibattito. Abbiamo letto un campione di poco più di trecento commenti, li abbiamo classificati per posizione e per argomento, e ne è uscito un quadro molto più interessante della semplice contrapposizione fra guinzaglio sì e guinzaglio no.

Una premessa di metodo, doverosa. Non si tratta di un sondaggio scientifico: chi commenta un post si autoseleziona, chi ha un’opinione forte scrive più volentieri di chi non ne ha, e il pubblico di una pagina dedicata al mondo del cane non rappresenta la popolazione italiana. I numeri che seguono vanno letti come una fotografia del clima, non come una rilevazione statistica.

Il quadro che emerge

Circa cinque commenti su dieci esprimono una posizione restrittiva netta, spesso in una sola parola, “problema”, oppure nella formula “sempre al guinzaglio, senza se e senza ma”. È il blocco più numeroso e anche il più compatto dal punto di vista lessicale, quasi un coro.

Circa due commenti su dieci articolano invece una posizione condizionale, ed è qui che si concentra la parte più interessante del materiale: il cane può stare libero se esistono determinati requisiti, se il contesto lo permette, se chi lo conduce è in grado di valutare la situazione e di intervenire prima che si crei un problema. Sono i commenti più lunghi, i più ragionati, spesso scritti da persone che hanno lavorato per anni sul richiamo con un istruttore.

Meno di un commento su dieci difende la libertà del cane senza condizioni. Quasi due su dieci, infine, non rispondono affatto alla domanda: sono sfoghi generici contro la presenza dei cani negli spazi pubblici, inviti a tenerli in casa o in giardino, insulti, oppure spostamenti di campo verso altri temi (“preoccupatevi degli esseri umani”). Trasversalmente, circa un commento su dieci cita una norma e circa uno su dieci sposta la responsabilità dal cane a chi lo conduce.

Il vero oggetto del contendere non è il guinzaglio

Rileggendo i commenti articolati, il discrimine non è mai la libertà in sé, è il controllo. Ricorre in decine di interventi la stessa architettura logica: se il cane ignora gli altri cani, torna al richiamo in qualunque condizione, si posiziona al fianco quando glielo si chiede e non parte sul selvatico, allora la sua libertà non disturba nessuno; il problema nasce perché quei requisiti, secondo chi scrive, sono rarissimi.

C’è una frase che compare come un segnale d’allarme in una quantità impressionante di risposte, “il mio è buono”. Viene citata sempre in terza persona, sempre come sinonimo di superficialità, quasi mai rivendicata da chi scrive. È diventata il simbolo di un atteggiamento percepito come arrogante, e il fatto che nessuno la usi per sé mentre tutti la attribuiscono agli altri racconta bene la sfiducia reciproca che attraversa il tema.

Un commento coglie una distinzione che meriterebbe di entrare nel lessico comune: il richiamo non deve essere buono o approssimativo, deve essere eccellente, e a questo va aggiunto un senso civico che metta il rispetto degli altri davanti alle proprie convinzioni personali. Detta così, la questione smette di essere ideologica e diventa tecnica.

La sicurezza del cane, l’argomento più sottovalutato

Una parte consistente di chi frequenta la montagna sposta l’attenzione dove il dibattito pubblico quasi mai arriva, cioè sull’incolumità del cane stesso. Vengono citati i rischi concreti dell’ambiente: vipere, vespe e calabroni, dirupi, mountain bike in discesa, cinghiali, e la distanza da un veterinario che in quota si misura in ore, non in minuti. Chi pratica dogtrekking da anni descrive una gestione a fisarmonica, guinzaglio sul sentiero e libertà nel torrente o nel prato aperto dopo averne verificato le condizioni.

Sul versante marino compaiono segnalazioni di annegamenti e di cani trascinati dalla corrente. Non abbiamo elementi per verificare i singoli episodi citati, ma il tema esiste e viene quasi sempre ignorato nelle discussioni estive.

Chi ha un cane reattivo paga il conto degli altri

Il gruppo più penalizzato, a leggere i commenti, è composto da chi convive con un cane reattivo, fobico o semplicemente selettivo, e lo tiene regolarmente legato. Sono decine i racconti di aggressioni subite mentre il proprio cane era al guinzaglio, o di percorsi di riabilitazione compromessi da un cane libero che arriva addosso mentre da lontano qualcuno grida che è buono.

Ricorre in più interventi un principio che potrebbe stare in un decalogo: chi incontra il tuo cane non ha modo di sapere che cane sia, e non merita la preoccupazione del “chissà cosa può succedere”. La stessa logica vale per i cani da lavoro, e un intervento segnala un rischio quasi mai considerato, l’interferenza con un cane da soccorso operativo durante una ricerca, dove ostacolarlo può significare perdere minuti che valgono una vita umana.

La fauna selvatica e il conto ambientale

Marmotte inseguite a duemila metri, caprioli uccisi, galline sbranate nei cortili, cani spariti dietro una traccia e cercati per ore. Il tema della predazione compare con una frequenza che sorprende, e non arriva soltanto da chi è ostile alla presenza dei cani: arriva soprattutto da chi cammina in montagna e ha visto la scena. Va detto con onestà che si tratta di aneddoti, non di dati, ma la convergenza è significativa.

Una confusione normativa diffusa

Chi invoca la norma lo fa quasi sempre in modo approssimativo, e con nomi diversi: legge Martini, normativa del 2009, legge veterinaria, ordinanza comunale. Il quadro reale è composto dall’ordinanza del Ministero della Salute in materia di tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani, più volte rinnovata negli anni, che prevede la conduzione al guinzaglio con lunghezza non superiore a un metro e mezzo nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico e l’obbligo di avere la museruola al seguito, da applicare su richiesta dell’autorità o quando la situazione lo richieda; a questo si aggiungono i regolamenti comunali, i regolamenti dei parchi e delle aree protette e le ordinanze stagionali, che possono essere più restrittivi e cambiano da territorio a territorio.

La conseguenza pratica è che quasi nessuno sa con esattezza cosa può fare in un determinato punto del territorio, e questa incertezza alimenta sia chi si sente autorizzato a tutto sia chi pretende il guinzaglio ovunque e sempre.

Il confronto con l’estero e l’effetto boomerang

Alcuni interventi citano Francia e Corsica come luoghi dove i cani circolano liberi senza generare conflitti, attribuendo la differenza alla minore densità di persone sulle spiagge libere e a una gestione più consapevole. Altri, dal versante opposto ma con lo stesso obiettivo, segnalano il rischio che stiamo correndo: ogni episodio mal gestito produce una nuova ordinanza restrittiva, e alla fine il conto lo paga anche chi si comporta correttamente. Il timore di un’Italia trasformata in un unico grande cartello di divieto attraversa più commenti, e riguarda anche le ordinanze estive a scadenza, percepite come misure d’immagine più che di sostanza.

Il punto di vista di Dogsportal

Il dato che ci sembra più utile non è la maggioranza restrittiva, che era prevedibile, è il fatto che le due posizioni più lontane arrivino alla stessa richiesta di fondo: competenza. Chi chiede il guinzaglio sempre e chi rivendica la libertà condizionata dicono la stessa cosa con parole opposte, cioè che il problema non è il dispositivo ma la capacità di chi sta all’altro capo.

Il guinzaglio non è una punizione e non snatura nessuno. È uno strumento di gestione, e come tutti gli strumenti va usato quando serve e riposto quando non serve, sempre che la legge lo consenta in quel punto preciso. Il cane libero non è un diritto acquisito, è una possibilità che si guadagna con anni di lavoro sul richiamo, sulla conoscenza degli istinti di quel singolo individuo e sulla lettura dell’ambiente. Chi ha fatto quel lavoro lo sa, e infatti è il primo a rimettere il guinzaglio quando vede qualcuno all’orizzonte.

Resta un problema culturale che nessuna ordinanza risolverà: la formula “il mio è buono” non descrive un cane, descrive una persona che non ha ancora imparato a valutare il rischio. Finché sarà la risposta standard, ogni nuova restrizione troverà terreno fertile, e a rimetterci saranno i cani, tutti, anche quelli che avrebbero tutte le carte in regola per correre.

Fonti: commenti raccolti sulla pagina Facebook di Dogsportal.it


Approfondimento

Il cane libero nell’archivio di Dogsportal

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Gli altri materiali dell’archivio

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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