Il cane: Uomo VS Natura

di Davide Cardia

Generalmente in natura accade che le popolazioni debbano sottostare ai meccanismi selettivi basati sulla maggiore capacità di lasciare discendenze da parte degli individui più adatti, ossia da parte di quegli individui che meglio si adattano all’ambiente, interagendo in modo produttivo con esso, sia per quanto riguarda la competizione con i conspecifici, sia, in generale, in termini di sopravvivenza. Questi meccanismi naturali di selezione, laddove trovino contesti ambientali privi di cambiamenti improvvisi, hanno la tendenza a mantenere lo status quo, ovvero, preferiscono essere conservatori piuttosto che rivoluzionari e procedono all’eliminazione degli estremismi relativamente alla variazione delle specie, preferendo mantenere e stabilizzare quello che viene definito il “valore medio di una popolazione”. La conseguenza di questo andamento è che le modificazioni fenotipiche degli animali allo stato naturale, ovvero non domesticati, avvengano molto lentamente in quanto la natura tende a mantenere, piuttosto che cambiare, ciò che funziona.


Nel momento in cui, invece, l’opera dell’uomo, intesa come domesticazione e allevamento, vada a sostituirsi a quelle che sono le pressioni selettive naturali, accade un cambio di velocità nelle manifestazioni fenotipiche, con risultati che vanno anche in contraddizione con quella che è la selezione naturale, garantendo talvolta, attraverso l’acquisizione di una “nicchia biologica” protetta, la sopravvivenza di individui “inadatti a competere con le avversità ambientali”. “Inoltre la selezione cosiddetta artificiale, che essenzialmente si attua attraverso la scelta da parte dell’uomo di pochi individui ritenuti idonei a divenire genitori di una successiva generazione, ha quasi sempre prodotto un ampliamento delle varietà, soggiacendo a spinte conservative solo in presenza di particolari pregi, ritenuti degni di avere continuità. E così, oltre che sul piano morfologico, si è assistito col passare del tempo a una grande differenziazione anche sul piano caratteriale, con la creazione di razze di cani molto diverse tra loro per ciò che riguarda l’espressione dei comportamenti istintivi.”


L’intervento dell’uomo attraverso la selezione artificiale, ha modellato i moduli di comportamento istintivo, a volte semplificando e a volte esaltando, la gamma comportamentale dell’antenato selvatico, agendo spesso sull’impoverimento della spinta motivazionale. Nella selezione di alcune razze, come è avvenuto con i cani da pastore conduttori, è capitato invece, che i comportamenti istintivi siano rimasti inalterati nell’attività ma sublimati nella finalità, verso una risoluzione per l’uomo non solo accettabile ma anche vantaggiosa, adattando questi pattern di comportamento “a nuove situazioni grazie a variazioni, ottenute attraverso lenti processi selettivi, della soglia di reazione agli stimoli. Uno dei casi più evidenti di questa modificazione della reattività si può osservare nelle affascinanti strategie utilizzate da molti cani conduttori di gregge per radunare le pecore; negli atteggiamenti tenuti da questi cani, infatti, sono rinvenibili numerose sequenze del tipico comportamento predatorio dei lupi. Secondo molti etologi, l’istintiva tendenza a radunare il gregge altro non sarebbe che l’espressione di alcuni moduli comportamentali utilizzati dagli antenati selvatici nell’inseguimento dei branchi di erbivori; grazie a un innalzamento della soglia di reazione nei confronti degli stimoli forniti dalla preda, tali atteggiamenti non arrivano a finalizzarsi all’uccisione di questa.” Ma la mano dell’uomo non è onnipotente e capita così che alcuni moduli del comportamento del lupo resistano al processo di domesticazione,


“arrivando ad adattarsi a condizioni ambientali diverse grazie ai fenomeni di apprendimento, che – non bisogna dimenticarlo – rappresentano per gli animali più evoluti una fondamentale via di adeguamento alla realtà. È questo il caso, per esempio, di molti comportamenti legati alla socialità e soprattutto alla comunicazione, che, pressoché inalterati da millenni, si manifestano tuttora in condizioni di vita sociale molto diverse da quelle del branco originario.”

Si mettono poi la biologia e l’etologia a complicare il puzzle della coevoluzione avvenuta tra uomo e cane, laddove ci dicono che il mantenimento del modulo comportamentale legato alla socialità sia anche un prerequisito del successo evolutivo del cane.

Ciao Giorgio Teich Alasia e grazie di tutto

Davide

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