In Scozia è già realtà. In Italia l’abbiamo chiamato per primi: il daspo cinofilo aspetta ancora una legge
Un uomo a Peterhead, in Scozia, lascia il suo cane solo in un appartamento sporco per diversi giorni. Il tribunale locale lo giudica colpevole di violazione della legislazione sul benessere animale e gli impone il divieto di detenere qualsiasi animale. Fine della storia, almeno per lui.
Giorni di abbandono, anni di interdizione. Una proporzione che in Italia, al momento, non esiste. E che fa tornare in mente una storia che parte da molto vicino a noi, da Nichelino, alle porte di Torino, dove il termine “daspo cinofilo” è stato coniato e portato per la prima volta in un atto amministrativo dall’assessore alle politiche animaliste Fiodor Verzola. Dogsportal.it ne aveva parlato prima di chiunque altro, raccogliendo le parole di Verzola e seguendo l’intera vicenda nei mesi successivi, fino all’approdo, controverso, in Parlamento.
Il caso scozzese e il principio che manca in Italia
La notizia non riguarda un caso eclatante di crudeltà. Non ci sono percosse, non ci sono ferite, non c’è un video virale. C’è semplicemente un uomo che ha lasciato il suo cane solo, in condizioni incompatibili con il suo benessere, per diversi giorni. Il sistema giudiziario scozzese ha ritenuto sufficiente questo fatto per emettere un provvedimento che gli impedisce di avere altri animali. Nessuna pena detentiva, nessuna gogna mediatica. Solo la conseguenza più logica: se non sei in grado di prenderti cura di un animale, non puoi averne un altro.
È esattamente il principio su cui si fonda il daspo cinofilo nella sua versione originale, quella pensata a Nichelino.
Da Nichelino al Parlamento: una storia lunga, seguita da qui
Quando Nichelino approvò il daspo cinofilo quasi all’unanimità, alla fine del 2024, eravamo tra i pochi a raccontarlo in modo approfondito. Il provvedimento, proposto da Verzola, si fondava su due pilastri: una blacklist che impedisce ai maltrattatori di accedere a nuovi animali, e percorsi obbligatori di educazione cinofila pre-adozione. Non solo sanzione, quindi, ma un dispositivo culturale. Perché una punizione inibisce un comportamento errato, ma non insegna quello corretto.
Nei mesi successivi la misura si è diffusa ad altri comuni piemontesi: Collegno, Moncalieri, Chieri, e infine Torino. Un’onda partita da un consiglio comunale di periferia e arrivata fino al capoluogo, passando per interviste a Corriere della Sera, Studio Aperto e Radio Capital. Il termine lo avevamo coniato qui, e da qui si era diffuso.
Poi il daspo cinofilo è arrivato in Parlamento, ma con una torsione che Verzola ha commentato con la lucidità di chi sa riconoscere il proprio lavoro quando viene reinterpretato per altri scopi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti copiano». La proposta di legge, firmata dalla Lega, ha preso il termine e l’idea di fondo, ma li ha intrecciati con il vecchio concetto di patentino per razze pericolose, spostando la responsabilità dall’umano all’animale. Una visione che Verzola e chi segue questo tema da una prospettiva etologica rigettano con forza. Non esistono razze pericolose: esistono persone che gestiscono gli animali in modo pericoloso.
La contraddizione politica è difficile da ignorare: a Nichelino, il daspo cinofilo era stato approvato con l’unico voto contrario della Lega. Oggi è un esponente leghista a rilanciarlo a livello nazionale.
Il nodo che l’Italia non ha ancora sciolto
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Il paradosso del sistema italiano è semplice e feroce allo stesso tempo: quando un animale è vittima di abusi viene sequestrato, ma chi ha commesso l’abuso può, il giorno stesso, recarsi in un canile o da un allevatore e prendere un altro animale. Non esiste un meccanismo strutturale che lo impedisca. Lo abbiamo raccontato nel caso di Potenza, e nel caso di Nina, e in tanti altri episodi che tornano periodicamente a fare notizia per poi sparire nel dimenticatoio istituzionale.
La legge Brambilla (L. 82/2025) ha inasprito le pene per abbandono e maltrattamento. Ma non ha introdotto un meccanismo operativo, tracciato e nazionale di interdizione dalla detenzione animale. La Regione Piemonte ha fatto qualcosa di più con la legge regionale 16/2024, e ne abbiamo parlato direttamente con il presidente Cirio, ma lo stesso Cirio ha riconosciuto che l’applicazione concreta non è sempre semplice.
Cosa ci dice davvero la storia scozzese
Il caso di Peterhead non è straordinario. È ordinario, e per questo è illuminante. Non serve un caso brutale per attivare una risposta adeguata: basta un’incuria verificata, un tribunale funzionante, una norma applicabile. Cinque anni dopo che il termine “daspo cinofilo” è stato coniato in un consiglio comunale piemontese e rimbalzato sui telegiornali nazionali, stiamo ancora aspettando che diventi qualcosa di più di un ordine del giorno o di uno strumento di comunicazione politica.
Il canile non è un parcheggio, come ha ricordato di recente lo stesso Verzola con un’altra misura concreta a Nichelino. Ma finché non esiste una norma nazionale che colpisca il soggetto umano responsabile, i canili continueranno a riempirsi e i maltrattatori continueranno a girare liberamente tra gli annunci di adozione.
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