La Grande corsa bianca: un’ avventura fatta di cani e persone
Era estate, eravamo in Dolomiti, quando per la prima volta sentì parlare della Grande Corsa Bianca.
Era un’idea di un amico, qualcosa che si dice tra una birretta e l’altra guardando i cani giocare sul prato, quelle cose che sembrano non avere molto senso, ma riempiono lo spazio che forse non ha nemmeno bisogno di essere riempito.
Guardavamo le Marmarole, indicando il Bivacco Tiziano, e parlavamo di correre lunghe distanze con i cani in montagna.
Non avevamo nemmeno i cani adatti per fare quel tipo di attività, eppure noi sognavamo.
Era l’inizio di qualcosa, ora lo so, ma in quel momento non lo sapevamo.
Parlare di progetti, costruire avventure, pensarle, immaginare era un pò l’abitudine che avevamo. E in questa atmosfera, da una mente pazza nacque l’idea di chiedere all’organizzazione di una gara già strutturata per gli umani di inserire una categoria dedicata ai cani.
Grazie a dei pazzi organizzatori e ad alcuni sognatori, venne inserita la categoria Musher e attorno ad un tavolo del Ristorante Le Fontanacce nei pressi di Vezza D’oglio si definirono tutti i dettagli per rendere accessibile anche ai cani un ultra trail di 80k: la Grande Corsa Bianca.
Un tavolo fatto di persone diverse, legate e nate in mondi completamente diversi ma unite da un unico denominatore: lo sport.
Era come fossimo in Nord Europa ma eravamo in Alta Val Camonica, e credo per la prima volta in Italia si creava la possibilità di far partecipare, in modo ufficiale, binomi (uomo cane) ad una gara di lunga distanza nata e creata per gli umani. Una gara accessibile a tutte le razze di cane, adatte per morfologia ad affrontare un’esperienza simile.
Un tracciato interamente disegnato su neve tra i Parchi di Adamello e Stelvio, da affrontare in autonomia, di notte sopra i 2000 mt.
Mi ritrovai, nel giro di pochi mesi, a pensare di poter affrontare 80k in inverno, in autonomia, con un australian cattle dog in meno di 24h. Da lì, fu tutto un tornado di emozioni, esperienze, mondi che non conoscevo, prove, prove su prove, tentativi, allenamenti.
Tutto irrimediabilmente sbagliato.
Mi ritrovai alla partenza della Grande Corsa Bianca senza l’esperienza necessaria per affrontare un’avventura del genere.

Affrontarla con il cane era probabilmente una follia, ora lo so. In quel momento, era un misto di emozioni, adrenalina, ansia. Nevicava.
Non arrivai al traguardo, ma in quei 40k capii moltissime cose, la più importante tra tutte era che probabilmente non avevo capito proprio nulla di lunghe distanze col cane.
Dovevo approfondire, lavorare, studiare e fare un sacco di km.
E così è stato.
E’ nato qualcosa da quella notte, qualcosa che ho coltivato, coccolato, cresciuto.
E non è nato solo per me, ma per molti altri.
“Non è finita quì, questo è solo l’inizio” scrivevo.

Correre da soli per tanti km è già di per sè complesso, i fattori sono innumerevoli e oltre a conoscerli è necessario gestirli, saperli accettare, farli propri: dall’alimentazione, allo zaino, al peso che porti sulle spalle, la componente psicologica, la motivazione, l’idratazione, le gestione logistica della gara, le piccole sicurezze che devi conoscere per ritrovarti nei momenti di crisi.
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Ci sono cose che credevo, solo dal punto di vista umano, non fosse necessario sapere per affrontarle. Credevo non ci si potesse allenare mai in modo adeguato per quella distanza, ma soprattutto credevo che la testa in tutto questo sarebbe stata determinante al punto tale da sostituire l’allenamento.
Correre con un cane, per tanti km, è doppiamente difficile: non ti devi più occupare solo di te stesso ma anche di lui, il binomio è un perfetto equilibrio fatto di esperienza e conoscenza, l’uno dell’altro. Armonia pura, che non nasce a caso ma si costruisce.
Sapevo tantissime cose sui cani, ma sapevo veramente poco sui binomi.
Sapevo che c’erano razze che per attitudine erano più adatte ad esperienze del genere, e che altre per caratteristiche morfologiche non lo erano affatto.
In base alle componenti del binomio era necessario costruire la gara, ora lo so, in quel momento lo ignoravo.
Gli anni passano e quel seme piantato quella notte di fallimento cresce, piano, lento e inesorabile. Silenzioso. I km si accumulano, l’esperienza cresce, le competenze si costruiscono, in binomio, km su km, metro di dislivello per metro di dislivello.
Inizialmente credevo bastasse conoscere il cane e avevo completamente dimenticato il binomio: come il cane reagisce lavorando con l’umano, sulla base delle proprie attitudini di razza e sulla specificità caratteriale costruita sul rapporto con l’umano.
Il tempo fu complice di questo e un passo alla volta la consapevolezza dell’importanza della costruzione del binomio divenne la base di ogni metro che da lì ho affrontato, in attesa del momento per una rivincita.
Come un segno, novembre 2022 i fili che costruirono quella prima grezza tela nel 2018 si ritrovarono e rimisero in piedi l’idea di riprovarci. Sono passati un po’ di anni, il nano non è più giovanissimo ma la nostra esperienza e le competenze acquisite possono davvero essere utili.
Decidiamo di provarci.

C’erano un sacco di binomi composti da cani nordici alla prima partenza della Grande Corsa Bianca ma io e pochi altri pazzi, invece, ci presentammo alla linea di partenza con dei cani che arrivavano dal lato opposto del mondo.
Alla seconda partenza del 2023 la situazione non era poi così diversa. Sulla linea, in piazza a Monno, 3 binomi in particolare si ripresentano ancora con cani con attitudini lontane da quelle specifiche dei nordici, cani nati per l’outback australiano, a temperature desertiche, selezionati per governare il bestiame di grossa taglia e non per trainare umani in giro per montagne.
Cani non selezionati per il traino, ma resilienti e dalle doti caratteriali utili ad affrontare una notte sopra i 2000 sulla neve, correndo con i loro umani.
Nessuna leva lunga ad aiutarli, ma solo una grandissima tenacia e una fottutissima tempra.
E’ cosi che da Monno il viaggio inizia per la seconda volta e ci porta ad attraversare i Parchi di Adamello e Stelvio con i cani, di notte sopra i 2000 mt in autonomia.
Ricordo ancora quel paesino incastrato sotto al passo del Mortirolo, fatto di pietra, viuzze strette, lucine e vicoli bui. La partenza è la solita, sulla solita piazza, stanno allestendo, è presto.
Ci rintaniamo al Gatto Nero, l’unico bar di centro paese, ci sediamo e ordiniamo qualcosa da mangiare.
Io sono già entrata nel mio mondo: sento e vedo tutto ovattato, come fossi dietro un vetro e al di là del vetro loro che attendono l’inizio dell’avventura.
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Sono ferma nel mio mondo, a pensare se ho tutto, a pensare se non sia un cazzata chiedere al Nano di farsi 40k di notte sulla neve a 2000mt, Sento gli altri parlare ma è come se fossero nell’altra stanza da quanto fa casino il mio cervello. Sento la paura che sale, quella paura che sentivo forte nel 2018: mi dico che sono preparata, che so quello che sto andando a fare questa volta, so cosa incontrerò, so come affrontarlo.
L’adrenalina è la stessa, ma il cielo è limpido.
Sento il cuore andare veloce, rimbomba dentro la cassa toracica, è la fatica o l’emozione, non lo so.
Lo speaker spinge, i cani sono carichi , il countdown inizia. Il fiato è corto, sento Rufio abbaiare, supero a destra, poi a sinistra, la strada si stringe, la gente saluta. La strada si stringe ancora, le bici faticano a salire, scendono e spingono, quelli con sci, portano un peso abnorme penso. I cani abbaiano, io salgo e salgo ancora. In realtà abbaia solo Rufio.
Sbuchiamo sulla strada innevata, la massa è dietro e cominciamo a respirare, il Nano è più sereno, bastoncini e che l’avventura abbia inizio.
La partenza della Corsa Bianca è una salita infinita verso il Mortirolo, prima tra le vie strette di Monno, poi su strada fino al sentiero. La neve è poca quest’anno, ma salendo aumenta.

Nel 2018 alla partenza nevicava, oggi no. Oggi fa freddo e il cielo è stellato, l’aria tersa, la luce della luna in calare illumina le punte degli alberi sul sentiero che sale. E sale, sale eccome sale. Non sono tranquilla, sta cosa è un tormento, questo continuo chiedermi se sto facendo la cosa giusta, se ce la faremo, se andrà storto qualcosa come l’ultima volta.
Razionalmente lo so: distanza e dislivello sono fattibili per me e per il Nano, le condizioni sono ottime, il meteo perfetto, la neve pure. Di cosa potrei aver paura? Cosa potrebbe realmente andare male? Eppure la sensazione non mi abbandona. A tratti mi stringe i polmoni come una spugna strizzata in una mano, a colpi mi toglie il fiato.
Non riesco ad elaborare e la fatica si confonde con l’ansia e il malessere mentale, così continuo a macinare con la testa e meno con le gambe. Da dietro sopraggiunge qualche scialpinista, il tracciato comincia ad essere innevato e alcuni provano a togliersi il peso dalla schiena e metterlo sotto i piedi. Guardo in alto gli alberi sono più larghi e bassi, c’è più neve… siamo quasi in cima. La mia mente si rilassa, la neve si fa più fonda e d’improvviso usciamo dal bosco, sembra un grande pianoro fatto di pascoli e vallette con qualche malga, attorno la meraviglia. La luna illumina le cime circostanti, sembrano disegnate con l’indelebile su un vetro blu scuro.

Il falsopiano, le leggere salite, le dolci discese e la neve perfetta ci invita a corricchiare verso le lucine che vediamo giù in fondo. In breve siamo al Rifugio Mortirolo, primo check-point veterinario per controllare se il Nano sta bene.
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Qualche noce, un tè caldo, ricarico di acqua e via. Ho ancora i guantini leggeri, sento il freddo sulle mani, me ne tolgo uno nel tentativo di cercare una barretta. Errore. In meno di 30 secondi mi si congelano le mani, aghi mi penetrano la carne e le punte delle dita saltano.
Ragiono velocemente, o almeno ci provo.
Le moffole appese allo zaino, le prendo, ci infilo le mani con i guantini, attendo, niente non passa. Cerco di distrarmi, il Lago del Mortirolo non l’avevo mai visto: la montagna crea un anfiteatro dietro al lago completamente coperto di neve, le creste puntano in alto e tagliano il cielo blu intenso puntinato di lucine bianche.
Tolgo i guantini e metto le mani nelle muffole, movimenti complicati ma le mani finalmente si scaldano e la mia mente si rilassa. Imparo così la prima cosa che pensavo di sapere: il cervello ragiona male al freddo, va istruito a pensare in maniera essenziale e funzionale, per scale di priorità. Pochi pensieri ma buoni.
Creste taglienti sembrano formare un cerchio attorno a noi e ovunque ti giri vedi pareti bianche scoscese e profili decisi sul blu del cielo. Sono serena, mi stacco dal gruppo, prendo un gel, mangio qualcosa, controllo il nano.
Binomio: siamo in due, legati da una linea, ma è come fossimo uno, i passi sulla neve morbida sono calibrati, il freddo ti taglia la faccia, sembra azzerare gli odori, i profumi di bosco. Il nano alza il naso e assapora la sua dimensione, la nostra dimensione.
Ecco è questo il nostro mondo, costa fatica raggiungerlo, costa allenamento riuscirci, ma è questo il luogo dove insieme come binomio stiamo bene.
Malga Salina è il punto di non ritorno.
Quando faccio delle gare mi fisso sempre un punto dal quale non posso più tornare indietro: arrivare a quel punto significa che da lì in poi ci si può vedere solo all’arrivo. Il Nano alza una zampa e pigola. Me lo fa capire che le zampe si stanno ghiacciando. sono le prime ore dopo la mezzanotte e son le ore più fredde.
Pochi pensieri ma buoni, pensare per scale di priorità: potrei tirare fuori i booties, ma sono nello zaino, è freddo, mi congelerei le mani nuovamente. Prendo la zampa, ci sputo sopra massaggio e siamo ok.

Ripeto l’operazione ogni volta che lui mi dà il segnale e si prosegue.
Pochi pensieri ma buoni.
Ci godiamo la leggera salita immersi in un paesaggio che richiama le grandi distese del Nord, quelle che vedi sulle copertine di National Geographic.
Fa freddo lo so, ma non lo sento e il Nano viaggia sereno.
All’ultimo spunta Malga Salina, le tende dell’organizzazione e il piccolo ristoro allestito all’interno della Malga. Salutano, mi chiedono il numero di pettorale, si sincerano che sia tutto ok. Tutto perfetto rispondo, siamo già qui, non potrebbe andare meglio.
Entro veloce, mangiamo qualcosa, un tè caldo, qualche chiacchiera sul cane e via leggeri, che più ti fermi più difficile è ripartire. Ho il terrore di fermarmi troppo, raffreddarmi e bloccarmi definitivamente. Nel 2018 sono rimasta più di mezz’ora dentro ad una Malga, abbiamo perso il cancello successivo. Pensieri semplici ma buoni.
La discesa è comoda, morbida, sappiamo di aver ancora un ultimo pezzetto di dislivello positivo prima di Malga Val Grande, ma per ora si perde quota velocemente.
Siamo ancora tra altissime creste, le valli scendono a picco e il bosco sale piano piano. La neve diminuisce, il ghiaccio ricopre il sentiero. Ramponcini e via. Siamo presto fuori dalla quota neve, siamo già verso Locanda Valgrande.
Il tracciato prevede di percorrere tutta la Val Grande fino alla Malga per poi tornare indietro e rientrare a Vezza D’Oglio. Scartiamo Locanda Valgrande, e proseguiamo verso Malga Val Grande, le ragazze della locanda escono e ci chiedono il numero pettorale. Proseguiamo.

La Val Grande è larga costeggiata da alte pareti innevate, prima coperte di boschi che salendo si diradano. Il caffè dei ragazzi di Malga Val Grande mi da una nuova carica, scendiamo veloci, ripercorrendo la valle a ritroso, è ancora buio, razionalizzo che arriveremo col buio, Non vedrò l’alba. La discesa è comoda, le gambe vanno, prima della Locanda tagliamo sul lato opposto della valle ed entriamo in bosco. Il Nano va che è un piacere, corre, trotterella ma costante, non dà segni di affaticamento.
Entriamo a Vezza D’Oglio, dallo sterrato passiamo all’asfalto, le vie si stringono le prime case scorrono veloci affianco a noi. Dall’alto vediamo le luci del palazzetto. Sull’ultima discesa compare la scritta La Grande Corsa Bianca, il fuoco è acceso appena dopo l’arrivo.
Questa storia è tessuta da fili leggeri ma resistenti di una grande tela, una tela che racconta il sentiero che per molti di noi da quel febbraio 2018 ha preso una via diversa.
L’idea di rendere accessibile
La Grande Corsa Bianca anche ai cani nasce anche da una persona speciale che oggi non c’è più.
Si chiamava Stefano Viganò, e grazie al Viga molti di noi si sono incontrati e conosciuti, grazie alle idee visionarie del Viga anche quest’anno l’avventura si ripete. Grazie al Viga molti di noi, hanno iniziato a correre, col cane, su sterrato o in salita, poco importa.
L’importante è il binomio: quella profonda, complicata, indistruttibile essenza fatta di 6 zampe che cooperano all’unisono per raggiungere un obiettivo. Del binomio il Viga ne ha fatto la sua bandiera, ce l’ha passata e a turno nei nostri piccoli mondi la facciamo sventolare.
E facile correre una lunga distanza col cane?
NO. Ma è frutto di un processo, lungo e complicato, fatto di errori, tanti errori, e di momenti bellissimi.
Questa lunga storia meritava di essere scritta.
Non sono certa che fosse compito mio, ma finora nessuno l’aveva fatto.






Un Grazie speciale a tutti Veterinari che hanno prestato servizio alla GCB fino ad oggi, al Comitato Organizzatore della Grande Corsa Bianca che ci ha accolto, ascoltato e accontentato e negli anni si è fatto sempre presente e accogliente nei confronti dei nostri amici a 4 zampe, ai Volontari che passano le notti al freddo e al gelo per aspettare noi che corriamo, a tutti i partecipanti, ma soprattutto GRAZIE ai nostri cani, che hanno macinato km e km con noi, prima di arrivare sotto quello striscione bianco e azzurro.
Le avventure come la GCB si costruiscono prima di arrivare alla linea di partenza, con amore, passione, dedizione e fatica, in binomio.
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