Intervista a Giulia Innocenzi: la cinofilia ufficiale non può più eludere certe domande.
ESCLUSIVA DOGSPORTAL – Giornalista, autrice televisiva e documentarista, Giulia Innocenzi è nota al grande pubblico per le sue inchieste che indagano spesso temi scottanti. Dopo aver portato nelle sale cinematografiche il documentario d’inchiesta Food for Profit, che denuncia le criticità degli allevamenti intensivi e i loro rapporti con il sistema dei finanziamenti pubblici e la politica europea, ha firmato per Report il servizio La lottizzazione dei cani, andato in onda su Rai 3 nel gennaio 2025. Un’inchiesta che ha acceso i riflettori su diversi aspetti controversi del mondo Enci.
Tra i temi affrontati figuravano anche i finanziamenti erogati dall’Enci alla trasmissione Dalla parte degli animali, condotta su Rete 4 da Michela Vittoria Brambilla, parlamentare e “animalista”. Una vicenda che, in questi giorni, è finita al centro di un’indagine della Procura di Milano sulle sponsorizzazioni del programma e sulla reale destinazione di questi fondi. L’indagine vede tra gli indagati la stessa Brambilla e il presidente dell’Enci, Dino Muto.
Da qui nasce la nostra intervista: per tornare su ciò che Report aveva raccontato, capire come Giulia Innocenzi ha “letto” il mondo Enci e riproporre domande che la cinofilia ufficiale italiana non può più permettersi di eludere.
Prima di tutto, però, va spiegato che la vita con un cane, per Giulia Innocenzi, non è soltanto un tema da affrontare nelle inchieste giornalistiche. È qualcosa che ha sperimentato in prima persona.
«Li ho avuti, non li ho adesso perché con la vita che faccio sarebbero abbandonati loro stessi, e sarebbe ingiusto. Da ragazzina ho avuto un Carlino. Con la consapevolezza di oggi, ti posso dire che non comprerei più un cane: lo adotterei».
«All’epoca avevo 16 anni, avevamo preso questo Carlino e lo portai addirittura a una gara, forse proprio dell’Enci. Carletto, così si chiamava, arrivò terzo su quattro… Era come un fratellino per me: lo portavo ovunque e veniva con me persino in motorino».

Il lavoro svolto negli ultimi mesi per Report l’ha portata invece a confrontarsi con aspetti molto più controversi del mondo cinofilo “ufficiale”. L’impressione maturata nel corso dell’inchiesta per Report è netta.
«L’impressione che ho avuto è che ci sia una mancanza di trasparenza, che è un grosso problema. Ci sono varie problematiche legate a tutto il mondo della cinofilia ufficiale: il problema delle esposizioni, cioè l’obiettività dei giudizi su questi cani; il problema dei pedigree, quindi la facilità con cui è possibile manometterli; la mancanza di attendibilità e di responsabilità, la cosiddetta accountability. Quando poi c’è un pedigree falso o a cui mancano delle informazioni, il proprietario del cane spesso resta solo. L’ente, in molti casi di cui mi sono occupata io, se ne lava totalmente le mani».
Le criticità che Innocenzi elenca riguardano diversi ambiti: «Ho riscontrato problemi di doping, problemi di maltrattamenti, fattrici costrette a fare cucciolate praticamente ogni sei mesi. C’è anche un giro di acquisto dei cuccioli in nero, cosa che abbiamo documentato con un’investigatrice sotto copertura di Food for Profit. C’è il problema del maltrattamento genetico. Abbiamo cani di razza con problemi agli arti, displasia, con allevatori che non dichiarano queste problematiche in maniera trasparente ai potenziali acquirenti dei cuccioli».
Prosegue: «Sono stata sommersa da segnalazioni di proprietari di cani che si sono ritrovati, mesi dopo aver comprato il loro cucciolo, con problemi alle anche, agli arti, cani zoppi, quando le premesse erano totalmente diverse. Problemi che devono affrontare a suon di migliaia di euro». E poco importa che molti allevatori, di fronte a contestazioni circa la salute del cane, propongano di riprenderselo e sostituirlo, come un oggetto difettoso: «Per queste persone ormai il cane è un membro della loro famiglia, se ne prendono cura e quindi sono anche disposte a spendere soldi. Ma sapendolo prima ci avrebbero pensato due o tre volte prima di prendere un cane che poteva essere potenzialmente affetto da questi problemi».
Da una parte, quindi, esposizioni, celebrazioni delle razze e grandi eventi; dall’altra, una serie di criticità che, secondo Innocenzi, finiscono troppo spesso in secondo piano: «Vedo un mondo che da una parte è tutto scintillante, fa queste manifestazioni pompose, celebra la selezione delle razze canine e poi cerca di nascondere sotto il tappeto tutte le problematiche che con Report abbiamo cercato di affrontare una a una, facendo anche, come è nello spirito della trasmissione, un’opera di servizio pubblico, cercando di spiegare sia i problemi legati all’Enci sia quelli legati ai cani di razza».
Ed è proprio seguendo questo percorso che l’inchiesta ha finito per incrociare il nome di Michela Vittoria Brambilla: «Mi ci sono imbattuta per caso, perché analizzando i bilanci dell’Enci c’erano queste uscite anomale alla voce “marketing” che all’epoca totalizzavano quasi mezzo milione di euro, tutte indirizzate allo stesso beneficiario», spiega. «Poi, grazie al lavoro dei magistrati, della Squadra Mobile di Milano e della Guardia di Finanza, abbiamo saputo che in realtà dal 2020 al 2025 ben un milione e settecentomila euro sono usciti dalle casse di Enci per sponsorizzare la trasmissione Dalla parte degli animali. Un anno Enci ha coperto addirittura il 70% delle entrate della trasmissione: quasi sponsor unico».
Un dato macroscopico che non poteva passare inosservato nell’ambito di un’inchiesta giornalistica:
«Dobbiamo partire da un fatto, che è stato sollevato anche all’interno delle assemblee Enci da alcuni soci: perché l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana destina tutto il budget del marketing a una trasmissione TV che ha come scopo quello di affossare il mercato dei cani di razza, visto che dice “adotta e non comprare”? Il presidente dell’Enci, Dino Muto, aveva risposto dicendo che “dobbiamo avvicinarci a questo mondo animalista” e quindi ha giustificato così la spesa».
«Ma», rileva Innocenzi, «se tu finanzi quella trasmissione con questo ingente budget e allo stesso tempo le iscrizioni al libro genealogico Enci diminuiscono nel corso degli anni, vuol dire che quella spesa non è una spesa efficace. Allora perché, anziché ridurla o eliminarla, tu invece l’hai aumentata nel corso degli anni? Queste domande sono lecite e legittime, perché riguardano delle spese destinate a una trasmissione condotta da una parlamentare, e non una parlamentare qualunque ma la presidente dell’Intergruppo per i diritti degli animali, oltre che presidente di un’associazione animalista, la Leidaa».
Da qui nascono le domande rivolte direttamente da Giulia Innocenzi a Michela Brambilla, domande come questa: «Ma lei, quando incontra Dino Muto, presidente di Enci, lo incontra in veste di conduttrice di una trasmissione TV che percepisce soldi da questo ente oppure lo incontra in qualità di parlamentare, presidente dell’Intergruppo che dovrebbe anche vigilare sul funzionamento di questo ente?».
Nessuna riposta. Ma è un silenzio che non stupisce, se ci facciamo le domande che la giornalista stessa si è posta: «Perché, nel corso degli anni, le varie associazioni animaliste più volte si sono espresse contro Enci? Penso, per esempio, al ricorso al Tar contro il “cinodromo” per levrieri fatto in Veneto, quindi una battaglia vera e propria, legale, dove ci sono state tante associazioni animaliste coinvolte ma non la Leidaa. E perché, nel corso degli anni, Michela Brambilla non ha mai, mai speso una parola per criticare, per denunciare quello che avviene in Enci e che Report ha messo in luce?»
Prosegue Innocenzi: «Una parlamentare animalista che ogni giorno fa dichiarazioni per denunciare maltrattamenti, interviene in situazioni degradanti per gli animali per cercare di curarli, proteggerli, salvarli eccetera, perché non è mai intervenuta una sola volta in una questione riguardante Enci? Questa è una domanda che diventa ancora più importante quando c’è un giro imponente di soldi, perché potrebbe esserci un grave conflitto di interessi e quindi qualcuno dovrebbe rispondere».
Tra gli altri aspetti che più hanno colpito Giulia Innocenzi nel corso della sua inchiesta c’è anche il ruolo che la politica continua a esercitare all’interno della cinofilia ufficiale: «Mi sembra paradossale che quando parliamo di cani dobbiamo parlare di politica, perché c’è veramente un’occupazione della politica anche in quest’ambito. Persino nelle manifestazioni cinofile o nella gestione dei pedigree c’è lo zampino della politica. È una cosa che ho raccontato anche a Report e che risale già ai primi anni 2000, ai tempi di Gianni Alemanno ministro dell’Agricoltura (ministero da cui l’Enci dipende – ndr) che piazzò dei militanti di estrema destra della sua epoca. Uno di questi è rimasto lì, Crivellari, l’attuale direttore generale dell’Enci».
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Passiamo a un altro tema caldo della cinofilia italiana: il disegno di legge 1572 sui cani considerati a rischio, noto anche come “proposta save list”. Il testo prevede un trattamento differenziato tra cani iscritti ai libri genealogici Enci e cani senza pedigree, imponendo a questi ultimi specifici percorsi formativi e valutativi. Una distinzione che, secondo molti professionisti del settore con i quali concordiamo, non trova alcun fondamento etologico.
Tra gli aspetti più contestati c’è il richiamo a una valutazione dell’affidabilità e dell’equilibrio che sembrerebbe prendere a modello il CAE-1 Enci; scelta che, a logica, potrebbe generare ricadute economiche per chi sarà chiamato a organizzare e gestire corsi e prove di valutazione. Anche in questo caso, la politica entra a piedi pari nella cinofilia: la proposta nasce infatti da una legge regionale lombarda voluta dalla Lega e approvata dalla maggioranza di destra in Regione.
Innocenzi non nasconde il proprio scetticismo sul DDL 1572 “save list”: «In tanti mi stanno contattando per denunciare questa cosa e io la trovo una vera e propria follia. E direi che puzza di marchetta in favore di Enci».
Le chiediamo quindi se ha intenzione di proseguire nel suo lavoro e indagare anche su questo e altri temi cinofili. La risposta è decisamente confortante e perfettamente in tema: «Certo. E considerato che da un’inchiesta di Report è nata l’indagine della magistratura sui rapporti tra Enci e Brambilla, figurati se molliamo l’osso!».
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