Quello che i cani da caccia non dicono
Col preciso intento di farmi tanti nuovi amici, quest’oggi vengo a voi con una pillola di verità da buttare giù con molta acqua
Di Giulia Del Buono – bracchireggiani.com
… se i tanto chiacchierati e sempre più diffusi cani da caccia – ovvero ricordiamo Setter di tutti gli accenti, Bracchi, Segugi, Cocker Spaniel, Bassotti e Retrievers – sono quello che sono, lo dobbiamo effettivamente alla caccia – o per meglio dire, alla lunghissima selezione a scopo venatorio messa in atto da coloro che di queste razze furono ideatori, scultori nonchè principali utilizzatori: i cacciatori.
First reaction: shock.
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Sebbene oggi molto controverse, è però importante rammentare che queste figure hanno contribuito in modo cruciale alla costituzione del panorama cinofilo moderno, plasmando decine di ausiliari distinti da particolari caratteristiche psico-attitudinali e morfo-funzionali, che li predisponessero a performance specifiche come la caccia in tana, la seguita, la ferma e il riporto, andando inoltre a determinare tutta una serie di aspetti, che apparentemente con la pratica venatoria non c’entrano un tubo, ma che in realtà ne sono una netta conseguenza da apprezzare e soprattutto tutelare, attraverso la selezione ma soprattutto di una serena presa di consapevolezza.
Qualche esempio?
La salute
D’altra parte il cane da caccia è concepito per diventare un atleta, deputato ad assecondare un istinto vecchio come il mondo in un esercizio molto impegnativo sia sul piano mentale che fisico.
E’ quindi logico immaginare come ieri (molto più che oggi) ai soggetti cagionevoli, indeboliti da patologie genetiche o da difetti strutturali venisse preclusa la possibilità di riprodursi all’interno di un meccanismo che, senza troppi compromessi, si poneva come unico scopo quello di tirar fuori esemplari sani, forti e performanti.
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Questo tipo di approccio, valido ancora oggi presso chi Alleva con coscienza e competenza, ha permesso di arginare la diffusione di disfunzioni congenite anche gravi che invece interessano molte razze la cui selezione, ormai lontana dall’ambito lavorativo, punta esclusivamente a compiacere le esigenze del mercato e dall’ammmòre ignorante, perdendo completamente di vista essenza e funzione del cane.

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Il temperamento
Non è un caso, per esempio, che il Setter Inglese sia ormai da anni il cane preferito dagli italiani.
Al di la del suo utilizzo venatorio infatti, questa razza, come la stragrande maggioranza delle sue omologhe – tra le quali ricordiamo Pointer, Spinone, Bracco Italiano e Tedesco, Vizsla, Weimaraner ed Epagneul Breton – ha un’indole pacifica e allo stesso tempo frizzante, che le permette di integrarsi perfettamente nelle dinamiche familiari diventandone una parte insostituibile.
Il forte attaccamento al padrone, la continua ricerca della sua presenza e contatto, lo spirito di collaborazione, di osservazione e di adattamento, come anche la bassissima aggressività intra e interspecifica che caratterizzano in particolare i cani da ferma, sono anch’essi diretta conseguenza della selezione venatoria che, mirando a creare un compagno di avventure duttile e affidabile, ci consegna oggi razze versatili, equilibrate e capaci di stabilire con l’uomo una connessione unica nel suo genere, a prescindere dal fatto che s’imbracci o meno un fucile.

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L’intelligenza
Qualsiasi cacciatore potrà confermarlo:
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l’intelligenza è la qualità più importante da ricercare in un ausiliare, poiché ne denota la capacità predatoria ed è quindi determinante al momento della selezione.
Per essere un buon cane da caccia infatti non bastano un buon naso e il physique du role.
Servono prima di tutto:
- equilibrio psichico
- capacità di apprendimento
- una buona memoria che permetta al cane di fare tesoro delle esperienze pregresse per imparare dagli errori e risparmiare energie preziose
- capacità di interpretare territorio e condizioni ambientali
- senso del selvatico e capacità di discernimento (non tutti gli animali sono prede) e poi…
- fantasia
- furbizia
- malizia
- prudente intraprendenza
- rispetto per gli altri ausiliari (ne è un bellissimo esempio l’atteggiamento di consenso nei cani da ferma)
- e ovviamente il collegamento col proprio conduttore, anche a kilometri di distanza.
Non sorprende quindi che alla stregua di cotante capacità, la stragrande maggioranza dei cani da caccia, praticanti o meno, sappiano rivelarsi compagni di vita brillanti, sensibili e assolutamente multitasking.

La morfologia
Ogni centimetro del corpo di un cane da caccia è selezionato per essere funzionale all’attività che esso è chiamato a svolgere in considerazione dell’ambiente di lavoro, dell’obbiettivo venatorio e dei parametri di stile, movimento e bellezza stabiliti da uno specifico Standard di razza.
Ciò significa che un certo tipo di pelo, una tale inclinazione della groppa, un preciso allineamento degli assi cranio-facciali, una preferibile lunghezza della coda e un’insindacabile conformazione del torace non solo distinguono e preservano l’unicità delle diverse razze canine, ma determinano l’identità di un ausiliare tanto quanto le sue doti olfattive o l’istinto predatorio.

La genetica
Tutto quello di cui sopra – e molto altro – non si ripresenta in (quasi) ogni esponente di razza per caso, ma per effetto di specifici set di geni razza-specifici circoscritti e trasmessi, più o meno fedelmente attraverso le generazioni, grazie alla continuità di un allevamento mirato a mantenere i cani da caccia tutt’oggi selezionati a tale scopo, aderenti alla disciplina e ai parametri di bellezza e funzionalità.
Se smettessimo di prestare attenzione a ciò che fenotipicamente ma soprattutto genotipicamente mantiene un Weimaraner diverso da un Husky ma anche da un Kurzhaar, rischieremmo di disperdere o mescolare quegli specifici pool genici che ci interessa tramandare con altri dagli effetti potenzialmente indesiderati – come innocui difetti estetici ma anche squilibri comportamentali o patologie – e che comunque nel giro di pochissime generazioni ci consegnerebbero un cane profondamente diverso da quello che amiamo.

Non si tratta quindi di rivedere le proprie posizioni riguardo ad una pratica che legittimamente sentiamo lontanissima, bensì di guardare i cani da caccia da una prospettiva diversa, illuminati dalla luce che li ha modellati, per poi abbracciarli nel rispetto della loro antica e meravigliosa complessità.
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