In muta contro il mondo: i restoni dell’Omino

In muta contro il mondo: i restoni dell’Omino

Questa storia comincia lontano nel tempo e nello spazio: un lontano ieri in un paesino toscano difficile anche da localizzare, Iesa, una frazione di Monticiano, fra boschi fitti e il fiume Merse, e mille prede, fagiani, lepri, ma anche martore e il re della macchia in testa a tutti, Sua Maestà il cinghiale.

La caccia non è sport: è sopravvivenza: è un modo per mettere nel piatto un po’ di carne, specie dopo il sanguinoso passaggio della guerra.

E per cacciare tutta questa selvaggina, un solo cane basta: il segugio.

Non è tempo da specialisti: sono costosi, e inutili, e nessuno può permetterseli.

Il segugio è uno squisito generalista, tanto intelligente da comprendere ciò che gli viene richiesto: una giovane segugina capisce che, quando le viene messo il tradizionale campanello al collo, le si chiede di occuparsi di fagiani, e allora si inoltra nei granturcheti fitti procedendo più lenta, in totale servizio del fucile e in totale attestazione di intelligenza venatoria.

Una collega, Tosca, conduce il suo proprietario all’alba su lepre e dopo pranzo su cinghiale, scambiando le carte e applicando la sua bravura in modo geniale.

Questa la situazione.

E in questo sfondo si muove Artemio Anselmi, detto l’Omino, detto, a miglior ragione, il Maestro.

È un geniale capocaccia, che conduce la sua muta e la sua squadra insieme: non dispone le poste, si muove nel bosco coi suoi cani, non perdendoli di vista, lavorando con loro in uno scambio continuo di coraggio e di esperienza.

Questo stile di caccia sul cinghiale è una sua creazione: quando la cacciata al cinghiale vira verso l’uso delle poste, quello canonico, il Maestro rimane al suo metodo, mentre i fratelli Mauro (il Gota) e Anselmo (Memmo) decidono di usare le poste, ma continuano a dressare la muta col metodo dell’Omino, ottenendo strabilianti risultati in ogni competizione: come è logico, perché si esalta, qui, la collaborazione e il rapporto stretto fra cane e cacciatore.

E Artemio Anselmi è un geniale conoscitore.

Ed è, come pochi altri, un innamorato del segugio, visto come cane da lavoro, e pensa e attua la creazione di una mitica razza: i restoni, i monticianini, gloria del segugio da cinghiale.

La capostipite, Chiocca, era una cagna di mitologica intelligenza e maneggevolezza, bianca o quasi, come molti pelo forte da cinghiale francesi sono tutt’oggi.

Era una restona, un cane a pelo forte, appunto, visto che il termine era diffuso in tutta la Toscana per indicare cani dal pelame ruvido come la resta del grano, capace di proteggerli negli spineti e nei trottoi dove il cinghiale si rintana: e oggi, una razza di cane da ferma reclama questo nome in Umbria, appunto il ‘restone brachiuro’.

Ma per ogni segugista, un restone è questo: un cane a pelo forte, serio, calmo, maneggevole, lontano anni luce da lanciarsi alla cieca contro il verro, capace di ingaggiarlo, saltellando e sfidandolo perché lasci la lestra, capace d capitanare la muta, nervi saldi e cuore d’oro.

Le foto per le quali ringrazio Marilena Lusini, nipote del Maestro ed esperta cinofila, ci mostrano la muta del nonno con esemplari di grande tipicità, per orecchio, sguardo e forma del cranio.

Segugi come questi hanno costruito così saldamente le radici, i fondamenti della razza, che la loro fama rimane incrollabile.

Non riconosciuti dall’Enci, come molti altri ceppi di segugi locali, dispersi poi nella mega operazione di riordino che si scelse di fare mirando a due sole varietà (segugio italiano a pelo raso e a pelo forte, con la ripresa d’autonomia, poi, del maremmano e dell’Appennino, anni dopo), sono stati ostinatamente mantenuti vivi da chi li conosce e li apprezza.

Non diversamente alcuni segugisti si ribellarono a Mario Quadri sostenendo che i loro cani non erano segugi (i segugi, dissero, sono grossi come cavalli e non sanno far nulla..) ma solo cani da caccia, cani da lepre.

Sotterraneamente, i monticianini vivono.

Per l’amore e la passione, e la competenza, di persone come Artemio Anselmi, il figlio Mauro, la muta del quale vinse per due volte di fila il Campionato Italiano per cani da seguita (1977/1978), e i nipoti che hanno dentro il cuore il galoppo del restone.

Chiedetelo a Marilena, che fra i border che magistralmente gestisce ha una restona geniale, soprannominata, non a caso, La Capa.

Un nome che dice tutto.

Una capomuta naturale, anche se la muta è composta da border. Non importa.

Un restone sa sempre chi è.           

Susanna Pietrosanti

Susanna Pietrosanti

Susanna Pietrosanti , dottore di ricerca in storia della caccia in Toscana, é autrice di vari saggi sulla caccia in Italia e in Europa. Ha collaborato con la rivista ufficiale della SIPS, Società Italiana Pro Segugio. Ama i segugi e divide il bosco e la vita con loro da sempre.

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