Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca, virtuosismo?

Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca

( di Stefano Mozzettini, Veia Soras 22, 7460 Savognin, 7 maggio 2020, Chanton Grischun,  Svizra; stefano.mozzettini@gmail.com)

Questo articolo è un approfondimento di quanto già scritto da Stefano Mozzettini per Dogsportal.it parlando del cognitivismo nei cani da soccorso e in parte risponde alle molte domande fatte dai nostri lettori e ascoltatori durante LA DIRETTA CINOFILA CON STEFANO MOZZETTINI

Basi teoriche

IL CERVELLO DEL CANE

Per svolgere determinati comportamenti necessitiamo di un cervello e di un’intelligenza basati soprattutto sulla memoria.

Nel corso dei millenni l’evoluzione delle varie specie, con lo scopo di sopravvivere nelle mutevoli condizioni climatiche ed ambientali, hanno sviluppato un sistema nervoso sempre più soffisticato con delle funzionalità che si sono rivelate vincenti per la sopravvivenza delle varie specie animali.

A questi sistemi semplici – basati su ricettori e risposte riflesse o su sistemi autonomi di gestione delle funzioni vitali –  si sono aggiunte man mano nel tempo delle parti funzionali che costituiscono i cervelli attuali.

Le percezioni avvengono attraverso i nostri sensi visivi (attraverso gli occhi), auditivi (attraverso l’udito delle orecchie), cinestesici (tatto, olfatto e gusto).

Ogni esperienza viene registrata e memorizzata nei diversi centri neorologici competenti: quindi un’esperienza viene memorizzata visivamente, auditivamente e cinestesicamente come piacevole o sgradevole.

La gestione delle funzioni vitali viene gestita da dei centri situati nella parte più profonda del cervello chiamato anche cervello rettile o paleoencefalo. 

I mammiferi e gli uccelli (animali che accudiscono la loro prole) hanno sviluppato il cervello cosiddetto mediano o mesencefalo, nel quale  vengono registrate le emozioni derivate dalle esperienze vissute. Oltre alle emozioni gradevoli o sgradevoli che vengono registrate continuamente nei centri del mesencefalo, vengono anche memorizzati dei comportamenti stereotipati (in modo non cosciente), definiti comportamenti di Coping (come: attacco, flertare o mediare, fuggire o dissociarsi in una specie di congelamento o mimesi terminale).

Infine si è sviluppata la neocorteccia ove vi sono, oltre alle altre funzioni, i centri della memoria visiva, auditiva e, nella sua parte prefrontale, la memoria di lavoro alla base dei comportamenti appresi. 

Queste competenze comportamentali di base sono presenti anche nel cane e funzionano nello stesso modo del nostro cervello.

Naturalmente il nostro cervello ha sviluppato, a spese di altre funzioni, delle competenze specifiche dell’uomo: ad esempio la fantasia, il credere ad una nostra visione della realtà, la razionalità, eccetera.

Il cane ha chiaramente sviluppato maggiormente la sua percezione olfattiva a cui dedica una grossa parte della sua neocorteccia.

L’esecuzione di determinati comportamenti avviene principalmente attraverso una mediazione tra la memoria di lavoro, sita nei centri prefrontali, e la memoria emotiva situata nell’amigdala (nel mesencefalo). 

Come per noi, anche per il cane, lo stimolo originato da un determinato evento viene innazitutto valutato dalla memoria emotiva, e solamente un istante dopo dalla memoria lavorativa e dagli altri centri siti nella neocorteccia. Se l’evento suscita uno stimolo emotivo abbastanza forte abbiamo una reazione subitanea e prestabilita; se impariamo a valutare maggiormente la situazione ecco che arriva un’analisi più ponderata che va ad inibire la reazione scatenata dall’amigdala arrivando a permettere una risposta ragionata che diventa quindi un’azione definita e maggiormente analizzata e specifica (azione invece di reazione).

Questo equilibrio dato dall’interazioni tra neocorteccia ed amigdala deve essere appreso. 

Tra i vari centri mnemonici si possono osservare dei fasci neuronali di collegamento che, se correttamente supportati da stimoli ed esercitazioni mirate, si sviluppano in numero e grossezza come se fossero dei muscoli e sono visibili con le moderne tecnologie d’immagine compiuterizzate (risonananze magnetiche e scanerizzazioni funzionali). Attraverso questi fasci le informazioni vengono trasmesse attraverso dei neourotrasmettitori che a loro volta stimolano la secrezione di determinati ormoni che sono in grado di eccitare o calmare l’individuo. 

Chi volesse approfondire questi concetti derivati da grossi studi americani e con l’ausilio delle moderne tecniche delle neuroscienze, potrebbe iniziare a leggere i libri scritti da Daniel Goleman sul tema dell’intelligenza, ove il cane deve essere visto come un essere prettamente emozionale.

LA COMUNICAZIONE UOMO CANE

La comunicazione avviene fondamentalmente in tre modi principali: verbale (tra gli uomini 7%), il paraverbale (38%) e il non verbale o linguaggio del corpo (restante 55%).

Il verbale si basa su un codice comune e necessita di un canale di trasmissione. Con il cane bisogna quindi stabilire un semplice codice fatto soprattutto di suoni corti (monosillabi o bisillabi).

Il paraverbale è il tono emozionale con il quale si desidera accomagnare i segnali codificati. 

Il non verbale è il linguaggio del corpo che deve essere codificato tra uomo e cane e che viene letto dal cane molto efficacemente. Il verbale e paraverbale, espresso con le parole associate ad certo tono, vengono gestiti dalla mente. La nostra mente è in grado anche di mentire, mentre  il corpo manifesta in modo autonomo e sincero l’emozione che il messaggio contiene. Importante quindi è essere congrui con le tre vie comunicative.

Per far si che il cane riesca ad apprendere e svolgere determinati compiti, necessita di avere una equilibrata mediazione fra i centri dell’azione e delle emozioni (attivazione mentale ed eccitazione ottimali).

Per gestire questo stato ottimale del cane, oltre a gestire le nostre emozioni, dobbiamo stabilire un codice comunicatico con il cane che sia eccitante, calmante e focalizzato per portarlo nello stato ottimale di apprendimento o esecuzione del comportamento. Per questo motivo imparare a comunicare efficacemente con il cane è la condizione essenziale per lavore sulla sua cognitività.

Questo vale anche per noi umani.

La comunicazione ottimale con il cane si deve quindi basare soprattutto sul non verbale ed un paraverbale sussurrato o su dei segnali meccanici come dei fischi in modo anche’essi codificati. Il parlare con il cane crea solo incomprensione e quindi una cattiva gestione dello stato di attivazione mentale o emozionale del cane. Mettersi a gridare parole incomprensibili per il cane serve solamente a creare confusione e disagio al cane.

Risulta quindi essenziale imparare a controllare lo stato di attivazione mentale del cane per interagire con esso in modo efficace, al fine di ottenerne la sua collaborazione ed attenzione. È inoltre molto importante che il cane abbia un buon autocontrollo selezionato geneticamente, ma in seguito da noi rinforzato in modo continuo e permanente.

APPRENDERE PER ASSOCIAZIONE

Con l’ausilio della memoria il cane apprende in modo continuativo, facendo associazioni tra determinati comportamente e successive gratificazioni o successive esperienze non gratificanti. In questo modo il cane impara a modificare l’ambiente intorno a lui nella ricerca della propria gratificazione e per la propria sopravvivenza. In questo modo anche la sua collaborazione con noi viene appresa per esperienza positiva quotidiana e dal piacere che il cane trae dal fatto di collaborare con noi (questo non avviene se il cane viene lasciato continuamente libero di autogratificarsi impedendogli in questo modo di sviluppare la sua predisposizione a collaborare con noi).

Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca
Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca

Una associazione rimane sempre variabile. Vi sono delle associazioni cosiddette ponte che servono solamente transitoriamente nel processo di apprendimento (un comportamento prima si associa ad una risposta, poi ad un’altra ed un’altra ancora per poi estinguersi ed essere sostituita da un’altra risposta e così via). In questo modo possiamo anche cambiare i segnali associati a determinati comportamenti in modo di renderli sempre più chiari e proattivi.

Il processo di apprendimento per l’ottenimento di un determinato obiettivo deve essere fato in un determinato tempo, non troppo veloce, comportamento instabile ed insicuro, ma nemmeno troppo lungo per non correre il rischio di farlo diventare una fonte di noia. Una volta raggiunto l’obiettivo di imparare un determinato comportamento, bisogna preservarne l’interesse modificando continuamente l’ambiente e le circostanze d’esecuzione e concatenarlo con altri comportamenti.

Le metodologie basate sulle infinite ripetizioni finiscono per togliere il piacere d’esecuzione.

COME MIGLIORARE LA FIDUCIA DEL CANE IN SE STESSO?

Il cane ha un’intelligenza prettamente emotiva che bisogna rispettare e percepire con una grande empatia. Se noi abbiamo un approccio verso il mondo maggiormente visivo, il cane ha la sua prerrogativa olfattiva, cioè percepisce il mondo in modo fondamentalmente olfattivo in un modo difficilmente comprensibile per noi umani. Potremmo dire che la psicologia del cane è una psicologia olfattiva altamente emotiva. 

In un certo senso il cane che apprende a dare fiducia al proprio olfatto ed alle proprie capacità innate di ricerca, diventa un cane molto sicuro di sé. Se al lavoro di naso associo in seguito delle situazioni di problem-solving o lavori in situazioni di motricità difficile ove è necessario esercitare in modo efficace il controllo di sé ed il proprio cognitivo, ecco che ottengo un cane con una grande fiducia di sé, un cane attento e cognitivo nelle situazioni pericolose ed un cane che persegue il suo obiettivo in modo tenace e continuativo. In questo modo un cane sensibile con un alto draive diventa tenace senza però essere troppo duro ed inflessibile (caratteristica di certe razze tenaci ma dure).

Questa tipologia di cane è il cane ottimale per le ricerche in terreni impervi e pericolosi.

Aspetti pratici

Il concetto di rinforzo con le risorse a nostra disposizione

Tutti ormai sapranno che un determinato comportamento viene ripetuto se ha portato un beneficio o una gratificazione al cane, mentre nel caso contrario questo comportamento non verrebbe più riproposto. In questo modo il cane memorizza i comportamenti che portano un beneficio e una gratificazione nella memoria di lavoro. Una serie di comportamenti proposti spontaneamente vengono così appresi e riproposti per conseguire l’esperienza positiva precedentemente ottenuta. L’apprendimento avviene quindi quando ha portato ad un beneficio ed ad una gratificazione e viene memorizzato nella memoria di lavoro; (questa memorizzazione avviene quando il cane si trova in un range di arausal ideale e la memorizzazione si fissa nel periodo di apprendimento latente nella pausa che segue subito dopo l’attività svolta).

L’insieme dei comportamenti inerenti un determinato settore comportamentale va a costituire la competenza di quel settore specifico. L’insieme delle competenze costituisce l’esperienza.

I rinforzi del comportamento sono quelle che io definisco risorse. Le risorse sono costituite da tutto ciò che il cane necessita, vuole, desidera e che piace e gratifica il cane stesso.

La gratificazione sociale attraverso il tatto, le carezze e il nostro codice di gradimento è molto importante e rappresenta la base della relazione con il cane. Il cibo ed il gioco sono le risorse maggiormente conosciute, ma non costituiscono il massimo del rinforzo comportamentale e spesso servono solamente a ipereccitare o ad addescare il cane. Vi sono delle attività come il correre, il nuotare, la neve, eccetera, che gratificano molto il cane. La cosa che gratifica maggiormente il cane è il lavoro di naso che porta al ritrovamento di un oggetto. Il poter esercitare queste abilità, oltre a gratificare il cane, porta al cane una gratitudine nei nostri confronti se queste attività sono sempre accessibili attraverso di noi. Il lavoro impostato in questo modo diventa di per sé stesso rinforzante.

Per ottenere questo profondo legame operativo le risorse deveono sempre essere gestite da noi. Il compito del leader diventa appunto la gestione delle risorse. Se lasciamo al cane la possibilità di autogratificarsi andiamo a penalizzare la sua collaborazione nei nostri confronti ed ad allentare il legame.

Le caratteristiche di razza, sono anch’esse delle risorse che vanno sicuramente usate. Il comportamento del riporto fa parte della competenza collaborativa, per questo motivo le razze da riporto del gruppo FCI 8 sono ottime per il lavoro di ricerca (su superfici naturali, su macerie o valanghe) in team. Il poter effettuare il riporto diventa quindi qualcosa di altamente gratificante.

Due parole le vorrei spendere sui rituali (comportamenti ritualizzati in quanto ripetuti e arricchiti dal pathos; quello che io definisco il play magic). Se una determinata comunicazione viene arrichita da un paraverbale altamente stimolante in modo controllato (da un tono della voce basso e sussurrato e da movimenti immitati da quelli del cane) diventa un rituale di preattivazione focalizzata.

Per esempio quando io porto i cane per la passeggiata quotidiana con l’auto, al momento dell’apertura della porta della gabbia so benissimo che cosa desidera in quel momento il cane (poter correre libero), associo un rituale ricco di pathos effettuato appena prima del segnali di “libero”. In questo modo la libertà diventa qualcosa concessa da me, andando a rinforzare l’attenzione del cane nei miei confronti, cosa molto importante per poi gestire a distanza il cane e diventare il perno del lavoro del cane grato per la nostra concessione.

Tutti conosceranno i rituali di inizio lavoro e fine lavoro. Rituali centrifuganti (attenzione rivolta verso l’odore della persona ricercata e rituali centripetanti il cane (attenzione del cane rivolta verso il suo conduttore). Il rituale di prestimolo, prima di un invio senza stimolo, è fondamentale per l’inizio della ricerca.

In generale tutte le attività richieste dovrebbero aver un rituale di attivazione seguito dall’esecuzione e dal rituale di fine lavoro parziale o totale, per passare poi nella fase di apprendimento latente, possibile solamente se il cane è calmo ed è in un ambiente ove possa riposare in modo indisturbato.

Per finire due parole sul come intendo il rinforzo in un contesto di cognitività: 

  1. Esiste l’approccio naturale, cioè rinforzare il comportamento per me utile proposto casualmente e autonomamente dal cane durante la passeggiata, associando alla gratificazione sociale un segnale prestabilito, come per esempio, il seduto dicendo bravo seduto quando il cane lo ha fatto autonomamente e libero da qualsiasi contesto. 

La gratificazione sociale dovrebbe sempre essere fatta, avere un’alta frequenza ed essere priva di segnali inibitori. Il cane deve rimanere aperto e propositivo il più possibile per cui bisogna rinunciare alla correzione ed accontentarsi di ignorare il comportamento non desiderato, per poi riprendere a rinforzare quando il cane ripropone il comportamento che si vuole rinforzare. 

I comportamenti alternativi devono poter essere compiuti dal cane per poter apprendere e descriminare quali comportamenti portano la desiderata gratificazione e quelli ai quali noi non reagiamo. 

Questo modo di lavorare necessita di molta pazienza, di tempo e soprattutto della nostra attenzione per non cadere nei nostri comportamenti direttivi e correttivi.

  1. L’altro metodo da usarsi per lavorare sul cognitivo del cane è il modellamento libero in un determinato contesto. Per libero si intende che il ritmo e le proposte comportamentali sono a completa discrezione del cane. Lui deve poter svolgere le sue prove comportamentali liberamente senza nostre indicazioni o costrizioni. 

Per spiegare questo metodo agli studenti, svolgo spesso il gioco del fuoco fuochino (senza usare acqua..) per modellare in una persona il ritrovamento di un oggetto o il compimento di una data azione.

L’importante nel lavoro in cognitivo è che sia sempre il cane a proporre e scoprire quale comportamento è da noi desiderato; mentre noi lo gratifichiamo socialmente con un’alta frequenza, andando a rinforzare qualisiasi precomportamento possa portare alla scoperta graduale del comportamento finale.

L’inizio di qualsiasi comportamento deve essere basato sul fatto che sia il cane a scegliere di compiere qualcosa nella direzione da noi desiderata. Anche l’invio verso una persona viene da me impostato creando quella situazione ideale, in cui il cane possa scoprire da solo in completa autonomia e senza alcun nostro o altrui aiuto. In questo modo accediamo a stimoli interiori del cane che attivano in seguito la sua motivazione. 

Dobbiamo rinunciare a qualsiasi induzione del comportamento ed avere la pazienza di dare al cane il suo tempo necessario per scoprire che l’interessarsi ad una persona può essere estremamente gratificante (chiaramente la persona, qualora il cane si interessi a lei e si avvicina deve essere pronta a gratificarlo con qualcosa di piacevole per il cane). In questa fase, dove il cane decide se recarsi verso la persona, il conducente ed il figurante devono essere neutri e tener conto dello stato di sicurezza del cane, della sua socialità e delle sue peculiarità.

Questo modo di agire si basa sulla teoria dell’apprendimento per associazione operante (teorie cognitive sistemiche e non sulle teorie comportamentiste). In un certo senso il cane deve poter agire autonomamente per indurci (modellarci) a gratificarlo compiendo determinati comportamenti.

Il controllo degli impulsi e degli stimoli

In questo contesto distinguo la capacità del cane di autocontrollo, dalla capacità di essere da noi controllato.

Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca
Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca

L’autocontrollo è qualcosa che deriva dal cane stesso e quando viene proposto deve essere da noi continuamente rinforzato (approccio naturale): ad esempio se il cane rinuncia autonomamente a rincorre qualcosa che nel muoversi è altamente stimolante proponendo di fermarsi e di guardarci, devo assolutamente intervenire con una lode altamente gratificante.

Il controllo del cane, dal mio punto di vista, non ha nulla a che vedere con l’ubidienza. 

Il controllo del cane lo si ottiene attraverso una buona leadership; il cane decide di collaborare con colui che gestisce bene le risorse e quindi anche il lavoro. Un ottimo leader deve essere anche in grado di lasciare al cane la leadership, e quindi la completa automia, ad esempio quando ci accorgiamo che il cane ha percepito un segnale olfattivo prestabilito (entrando così nel suo ambito di competenza).

Il cane in questo modo ottiene quello che vuole, dandoci la sua disponibilità a seguire le nostre indicazioni, comunicate in modo chiaro e proattivo. Non dando degli ordini, ma bensì dando l’autorizzazione a compiere quell’attività che il leader ha reso gratificante e piacevole per il cane. I segnali stessi diventano così degli stimoli.

Questi segnali vengono introdotti mentre il cane esegue autonomamente un determinato comportamento, ad esempio: se il cane viene verso di me, io associo questo comportamento con due fischi corti (segnale acustico) e l’apertura delle braccia a “mo” di abbraccio (segnale visivo); questi due segnali vengono fatti in contemporanea ed associati, in quanto non sempre il cane ha un contatto visivo.

Sarebbe ottimale gestire ogni attività in questo modo al fine di ottenere che il cane possa apprendere ad aspettare e a guardarci prima di modificare il suo comportamento e attuarne un altro.

Imparare ad aspettare, da il tempo al cane di mettersi nello stato ideale, essere attento ai miei segnali e pronto all’esecuzione cognitivo-mediata.

In generale

Lavorare in cognitivo non significa quindi indurre il cane al lavoro, ma lasciarglielo compiere dopo che gli abbiamo dato la possibilità di apprendere autonomamente che quel determinato comportamento è per lui piacevole.

Da cacciatori e pastori ho imparato che i segnali migliori sono i fischi ed il linguaggio del corpo fatto in maniera congrua.

Il controllo degli impulsi da parte del cucciolo è fondamentale. Il controllo del morso, il controllo delle funzioni escretorie al di fuori dell’ambiente abituale, ed il controllo davanti alla presenza del cibo, sono molto importanti e devono essere pretesi e rinforzati continuamente. Anche il restare fermo e tranquillo in una data posizione è molto importante in attesa del suo turno di lavoro.  

In seguito si scopriranno dei comportamenti indesiderati appresi autonomamente dal cucciolo che devono essere modificati (non inibiti) facendo capire al cane che esistono comportamenti alternativi molto più efficaci e gratificanti.

Il cucciolo ha bisogno di dormire molto (molto importante per lo sviluppo sano del cervello e della capacità di attenzione), tuttavia quando è sveglio ha bisogno di interagire con noi e non deve essere lasciato da solo ad apprendere comportamenti indesiderati. Bisogna fare attenzione a cosa piace al cucciolo e sfruttare la situazione per insegnargli qualcosa di utile. Quando è stanco deve essere messo a dormire in un ambiente da lui riconoscioto come luogo di riposo, ed assolutamente non bisogna lasciargli apprendere comportamenti di scarico della sua stanchezza o irrequitezza (come il mordere e distruggere oggetti).

Nella fase di socializzazione primaria (dalle 8 alle 16 settimane circa) bisogna far fare al cane, senza sforzarlo ed in modo autonomo,  quelle esperienze essenziali e necessarie all’attività che sarà chiamato in seguito ad apprendere e svolgere. Socializazione intraspecifica equilibrata e controllata, socializzazione con l’ambiente di vita e di lavoro, socializzazione con rumori, con altre specie, con gli umani, la motricità su diversi terreni e materiali, eccetera.

Il fatto di avere diversi cani, mi permette di sfruttare l’apprendimento per immitazione da parte del cane giovane che vede il cane formato effettuare determinati comportamenti ottenendo determinate gratificazioni. In questo modo l’apprendimento diventa molto più rapido e beneficia di un ulteriore miglioramento dato dalla competizione tra i vari cani disposti a dare di più per ottenere di più. Mettere cani anziani con i giovani è inoltre stimolante per entrambi.

Un comportamento complesso è composto da una catena di comportamenti  semplici

Un altro aspetto molto importante nell’approccio cognitivo è spezzettare i comportamenti complessi in vari  comportamenti semplici imparati singolarmente per poi essere concatenati. Spesso inizio dalla fine (la gratificazione sociale) per poi apprendere i vari comportamenti intermedi e alla fine concatenarli a ritroso.

La strutturazione del lavoro consiste nel pianificarlo, oggettivarlo tramite la descrizione su un libretto di lavoro; la verifica di varie ipotesi di lavoro sono molto importanti per non lasciare nulla al caso o all’improvvisazione. Si lavora ad un obiettivo alla volta e questo obiettivo deve essere dichiarato e preparato prima di impostarlo.

La cosa più difficile è quella di dover essere sempre presente nel qui ed ora, controllando le nostre emozioni in modo di renderci abili nel gestire ottimamente la comunicazione con il cane, mettendolo nella condizione emotiva ideale per apprendere o svolgere un determinato comportamento.

Programmare e svolgere l’attività con il nostro cane tenendo conto delle esperienze fatte su interventi di ricerca vera  ha indubbiamente grandi vantaggi.

Il processo di apprendimento non deve mai avere fine e non deve essere meccanizzato con eccessive ripetizioni sempre uguali; l’ideale è cercare sempre nuove varianti e portare il cane a continuare nel cercare di risolvere autonomamente dei problemi in situazioni sempre diverse e complesse.

Bisogna lavorare maggiormente nei punti deboli del cane in quanto la forza della catena del comportamento complesso è data dal suo anello più debole.

Per quanto riguarda la ricerca in generale, la parte debole per tutti i cane è la ricerca sistemica atta a bonificare le zone assegnate, ove il cane deve cercare nella direzione da me scelta per verificare al meglio la zona da bonificare (cioè escludere che nell’area assegnata vi siano dei dispersi). La ricerca autonoma è un’abilità molto facile e molto autogratificante per i nostri cani, per cui non necessita di molto allenamento.

Nella ricerca su grandi superfici la gestione del cane deve essere predominante (80%) mentre l’autonomia deve essere garantita dal momento che il cane ha percepito una possibile pista o cono d’odore.

Nelle macerie e nella valanga il cane ha diritto ad una maggiore autonomia di ricerca (80%), tuttavia deve essere possibile richiamarlo e gestirlo in qualsiasi momento della ricerca, cosa che potrebbe essere maggiormente difficile in quanto l’attività di ricerca stessa è molto autogratificante ed eccitante.

Nella ricerca di sostanze pericolose il cane deve poter cercare anche se legato ad una longhina e deve avere un ottimo autocontrollo.

CONCLUSIONE

Approccio cognitivo nell’addestramento del cane da ricerca

Naturalmente, poter svolgere dei stage per imparare ad introdurre queste nuove modalità di lavoro con il cane da ricerca potrebbe agevolare il compito, per cui rimango volentieri a disposizione.

Lavorare in cognitivo significa quindi lavorare rispettando i tempi del cane, imparando a percepire ed a controllare le nostre emozioni; imparare empaticamente lo stato emozionale e di attivazione mentale del cane; essere nel qui ed ora (una dimensione abituale per il cane ma non per noi); essere strutturati mentalmente pianificando e definendo l’obiettivo (a breve, medio e lungo termine); valutando i prerequisiti necessari per apprendere il nuovo comportamento (concatenandolo in qualcosa di conosciuto dal cane); saper riconoscere i criteri di difficoltà ed inserirli gradualmente; e soprattutto riconoscere i nostri errori ed imparare da essi assumendoci la responsabilità quando il cane non capisce o ha troppe difficoltà ad apprendere quanto gli si chiede.

Se il cane mostra difficoltà nell’apprendimento, non dobbiamo esitare a riprendere da un livello inferiore la sessione di lavoro, per poi progredire con una graduazione minore delle difficoltà eseguendo un piccolo scalino alla volta.

Definire e mantenere lo standart raggiunto, per continuare progressivamente a migliorarlo nella sua velocità d’esecuzione, nella sua precisione, in un lavoro continuo alla ricerca di una sempre maggiore ottimizzazione senza mai accontentarsi del livello raggiunto.

Lavorando in questo modo ci si accorge spesso di diventare migliori in tutte le nostre attività private e di lavoro in quanto, migliorando le nostre competenze emotive e sociali diventiamo noi stessi maggiormente intelligenti ed adattabili alle contingenti variabili della quotidianità.

Lavorare in cognitivo con un cane diventa quindi, imparare la via del virtuosismo che non ci fa mai sentire arrivati nell’umiltà di colui che è cosciente di poter continuamente ad imparare ed a migliorare se stesso. 

Dogsportal Redazione

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