“Il cane secondo me”, di Danilo Mainardi

Leggo, leggo, leggo… almeno, così scrivo nella mia presentazione, anche qui su Dogsportal.it, e non nego che sia vero.

Anzi: sono un lettore così meticoloso (e lento, di conseguenza), che non riesco a fare a meno di sottolineare, commentare, quasi maltrattare i libri che mi piacciono di più.

Perché alla fine io dalle mie letture devo sempre imparare qualcosa di nuovo, specie se si tratta di qualcuno di quei – pesantissimi, ammetto – libri a tema zoologico che mi piacciono tanto: ecco allora che mi sembra giusto condividere con voi quanto di meglio mi è rimasto impresso dalla mia ultima lettura cinofila.

Il libro che recensisco – e quasi quasi riassumo – oggi è “Il cane secondo me” (Cairo Publishing, 2010), del grande etologo italiano Danilo Mainardi (Milano, 25 novembre 1933 – Venezia, 8 marzo 2017).

Come in ogni testo di etologia che si rispetti, anche qui si inizia a indagare il comportamento del cane partendo dall’annoso dilemma: istinto o apprendimento?

Cioè, quanto del comportamento del cane, nel nostro caso, è dettato dall’istinto, e quanto dall’apprendimento?

Sicuramente non scherzano, i nostri cani, in quanto a capacità di apprendere comportamenti complessi, ma anche il retaggio atavico di comportamenti dettati dalla genetica è importante, così come le similitudini e le differenze con il progenitore lupo.

Da questo primo capitolo, scopriamo che i cani – tra cui uno dei famosi Fox terrier dell’Autore – sono addirittura in grado di fingere di fronte alle difficoltà: non male come inizio, vero?

In definitiva, una delle teorie proposte evidenzia come il cane, essendo dotato di una mente complessa (cosa che non tutti i non-umani hanno), è egualmente in grado di avvantaggiarsi e “spegnere” sia determinati comportamenti istintivi, che altri appresi, a seconda del contesto.

Interessante è anche notare come l’Autore consideri i cani, insieme a tanti altri animali, in grado di trasmettere vera e propria cultura ai propri conspecifici, a partire dalle cure parentali: insomma, la cultura è un fatto proprio anche degli animali, e non solo dell’uomo “evoluto”.

Sulla “sapienza del cane”, Mainardi illustra qualche esperimento, non nuovo per chi mastica un po’ di etologia, ma pur sempre interessante. Essendo capaci di costruirsi mappe mentali, i cani sanno risolvere il noto “esercizio del detour, ma sono sempre propensi a cercare di farsi aiutare da qualcun atro (ausilio sociale e facilitazione sociale)… per non parlare della “ferma da consenso” che è servita addirittura ad alcuni cani da ferma specializzati, in grado di lavorare come un vero team!

Esercizio del detour

Quasi ovvio a dirsi, scopriamo in questo libro che i cani sono capaci di veri sentimenti, così come di leggere i comportamenti di tante specie oltre alla sua, inclusi i noti “comportamenti antipredatori”.

La scienza conferma, inoltre, che i cani e non solo, sono in grado di sognare (ma lo sosteneva già Plinio il Vecchio, ai tempi dell’antica Roma): quel che ancora non è chiaro, è se siano privi di senso, oppure rappresentino una sorta di ripasso delle esperienze vissute… altra annosa questione, evidentemente!

Confermato è invece, che i cani non vivono solo nel presente, anzi sanno perfino comprendere il significato simbolico di eventi e oggetti, come spiegano i più recenti studi. Sul senso di colpa, però – quello che dovrebbero manifestare certi cani dopo “averla fatta grossa” – resta ancora qualche dubbio, soprattutto perché i cani non hanno una vera e propria “etica”, che presuppone questo tipo di sentimento particolare.

Tante finezze comunicative si traducono nel cane in addirittura due modi diversi di scodinzolare, nella capacità di attingere alla metacomunicazione, e avvantaggiarsi del gioco: sul gioco, il libro racconta più teorie, da quella “della pratica”, a quella del “surplus di energia”, fino a quella del “gioco come pulsione innata”.

Poco tempo per giocare, forse, hanno i “cani mendicanti” del Sud America, che però si distinguono per aver imparato ad aspettare la gente alle fermate dei mezzi pubblici, e a mendicare, addirittura facendo il gesto di pregare (come fanno i perros rezadores delle Ande), ancora meglio dei già organizzatissimi “cani della metropolitana” a Mosca: quante risorse, insomma!

Segue un’analisi del rapporto del cane con la famiglia canina, e con quella umana, comprensivo delle “solite” fasi di sviluppo, dell’imprinting (e si ritorna all’interrogativo “natura o cultura?”): interessante, ma un tantino noioso per chi – come me – è dalla fine delle scuole medie che legge di queste cose! Conclude questa parte del libro con qualche considerazione sulla scelta del cane, e su come “la somiglianza generi simpatia” tra potenziali cani e padroni.

Direi che io e il mio cane Clint ci troviamo abbastanza ben rispecchiati in questa affermazione. E voi?

 

Un tema imprescindibile anche se non nuovo, è quello dell’aggressività: sociale, predatoria, iper, generata da isolamento sociale

… L’Autore sostiene –

-e non posso personalmente dargli torto –

che l’apparente picco di aggressività canina che stiamo vivendo oggi sia generato soprattutto dall’avanzare velocissimo della modernità, e anche dalla gran moda che è di recente scoppiata ai danni di alcune razze canine potenzialmente “più aggressive”. Non manca un’interessante analisi – che vi risparmio nei suoi crudi particolari – sulla passione umana per la violenza, che ha influenzato la selezione non solo di cani da combattimento, ma anche di pesci, e perfino uccelli, dai “classici” galli fino alle oche e alle quaglie.

La profonda socialità del cane – lo ricorda anche il Mainardi – impone l’esistenza di gerarchie anche per evitare gli eccessi di aggressività, eppure l’errata interpretazione dell’etologia da parte dell’uomo, così come la selezione deviata di certe razze, porta alla corruzione di questa naturale necessità, che è in fondo propria di tutti gli animali sociali.

Tra le varie devianze e particolarità del rapporto tra cani e umani, non manca di parlare degli intramontabili “cani-figli”, ma anche di un genere di binomio cane-uomo che personalmente sia io che Mainardi troviamo, per quanto stravagante, sorprendentemente simpatico: quello dei cosiddetti punkabbestia.

In una sfida un po’ da stadio – come non manca di ammettere lo stesso Autore – per chi ama anche i gatti oltre ai cani ci sarà da divertirsi, ma anche da imparare: si scopre l’utilità della pet therapy nella sua interezza, e le similitudini e differenze non solo dei gatti e dei cani, ma anche della “gente da gatto” e della “gente da cani”: anche la scienza, se volete saperlo, conferma che io sono decisamente un “tipo da cane” (ma non avevo molti dubbi in merito). Scoperta interessantissima a parer mio, è poi la necessità del gatto di scappare, che è letteralmente istintiva… come lo è poi, l’attirare in questo modo il proverbiale cane ad inseguirlo!

Ed ecco che, nella parte successiva, inizia anche Mainardi a dire la sua sulla mia grande passione – nonché fissazione – intellettual-zoologica: l’origine e l’evoluzione del cane (e poi, anche di alcune delle razze più rappresentative del panorama canino). Il passaggio dalla silva alla domus, da selvatico a domestico e – solo all’apparenza – da Canis lupus a Canis familiaris.

Interessantissima la spiegazione su segnali infantili (superstimoli), preadattamento alla domesticazione (come la digressione sul finalismo e il neologismo exaptation) e imprinting inteso come imprescindibile necessità di rapporto socio-affettivo.

Dingo

Il concetto di coevoluzione poi, è il cuore di un’analisi meravigliosamente chiara sul tema della feralità, dei cani paria, e del cane rinselvatichito per eccellenza, il dingo.

Zanna Bianca, scena del film Disney 1995

E non mancano – con mio sommo piacere – gli spunti umanistici-letterari, magistralmente fusi con la divulgazione scientifica. Questo, grazie soprattutto allo spunto di Jack London, che in “Zanna Bianca” e in “Il richiamo della foresta” riassume, prima in un senso e poi nell’altro, la storia del cane e, per quanto in maniera simbolica, anche la storica legge di Haeckel: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”.


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Mattia Ceruti

Mattia Ceruti

Nato a Monza il 6 gennaio 1997, il mondo animale (dalla zoologia all'etologia, fino alla zootecnia, e alla cinofilia in particolare) è la mia massima passione fin dai tempi del passeggino. In barba alla spasticità che affligge le mie gambe, cammino, cammino e ancora cammino. E quando sto fermo, scrivo, scrivo e ancora scrivo, meglio se a proposito di animali misteriosi e sconosciuti, cani ampiamente inclusi. Sempre che non ci sia qualche animale da osservare dal vivo, o libro interessante da leggere, o bel soggetto da fotografare o ritrarre! Non brillando certo per socievolezza e mondanità, il mio migliore amico è ovviamente il mio - ormai vecchio - cane Clint: bestiaccia indocile da sempre, è però anche grazie a lui che sono diventato il cinofilo che sono ora, e che posso “fregiarmi” del titolo di addestratore ENCI diplomato, e con una ambizione su tutte: aprire le porte della cinofilia pratica ad altri disabili oltre a me, ed educare le giovani generazioni (e non solo) a un rapporto sano e attivo con i nostri amici e ausiliari a quattro zampe.

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